Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”




Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..






“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in superficie “






Pino Ciampolillo


Friday, June 26, 2020

2020 22 LUGLIO L'EX PROCURATORE AGGIUNTO DI IMPERIA, GRAZIA PRADELLA, COORDINA POOL PER L'INCHIESTA SHOCK SULLA CASERMA DEI CARABINIERI A PIACENZA I SOLDI SPORCHI CUSTODITI NELLA CASSAFORTE DELLA CASERMA E IL RACCONTO DEL FESTINO IN VIA CACCIALUPO GRAZIA PRADELLA, NUOVO PROCURATORE CAPO DI PIACENZA: “DARÒ IL MASSIMO PER QUESTA CITTÀ” 2014 7 GIUGNO STORIE ITALIANE. IL GENERALE GANZER, CONDANNATO PER TRAFFICO DI DROGA, INAMOVIBILE MANCATA CATTURA PROVENZANO MORI E OBINU NEGLIGENTI MA “NON È PROVATO CHE VOLESSERO FAVORIRE IL BOSS 2018 22 APRILE STATO-MAFIA. IL GENERALE SUBRANNI E L’OMICIDIO DI PEPPINO IMPASTATO,








«Traditore per smisurata ambizione». Questa una delle motivazioni per le quali i giudici dell’ottava sezione penale di Milano hanno condannato a 14 anni di carcere il generale del Ros Giampaolo Ganzer, all’interdizione dai pubblici uffici e alla sanzione di 65 mila euro. Correva il 12 luglio 2010 quando arrivò questa sentenza di primo grado (8255/10). Secondo il Tribunale, il comandante del Reparto operativo speciale dell’arma, fiore all’occhiello dei Carabinieri, tra il 1991 e il 1997 «non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di droga garantendo loro l’assoluta impunità», dunque «Ganzer ha tradito per interesse lo Stato e tutti i suoi doveri tra cui quello di rispettare e fare rispettare la legge».
Tutto questo possibile perché «all’interno del raggruppamento dei Ros c’era un insieme di ufficiali e sottufficiali che, in combutta con alcuni malavitosi, aveva costituito un’associazione finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso, al fine di fare una rapida carriera».
In Italia la legge – com’è abbastanza noto – non è uguale per tutti, basta vedere come se la spassa il massone piduista Silvio Berlusconi, alla testa di “forza italia”. Un altro intoccabile: il generale Ganzer è rimasto al suo posto di comando fino alla pensione. Il 13 dicembre 2013 la condanna sia pure ridotta a 4 anni e 11 mesi di reclusione è stata confermata in appello.
La pm Maria Luisa Zanetti aveva chiesto 27 anni per il generale Ganzer, ma il tribunale aveva ridotto la condanna a 14 anni, in quanto la Corte presieduta da Luigi Capazzo non ha riconosciuto il reato di associazione a delinquere. Ma non ha concesso nemmeno le attenuanti generiche all’alto ufficiale, in quanto «pur di tentare di sfuggire alle gravissime responsabilità della sua condotta, Ganzer ha preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti, dando agli stessi solo una scorsa superficiale». Secondo i giudici, inoltre «Ganzer non ha minimamente esitato a fare ricorso a operazioni basate su un metodo assolutamente contrario alla legge ripromettendosi dalle stesse risultati di immagine straordinari per sé stesso e per il suo reparto». 17 i condannati nel processo, tra cui il narcotrafficante libanese Jean Bou Chaaya (tuttora latitante) e molti carabinieri: il colonnello Mario Obinu (ai servizi segreti) con 7 anni e 10 mesi, 13 anni e mezzo a Gilberto Lovato, 10 anni a Gianfranco Benigni e Rodolfo Arpa, 5 anni e 4 mesi a Vincenzo Rinaldi, 5 anni e 2 mesi a Michele Scalisi, 6 anni e 2 mesi ad Alberto Lazzeri Zanoni, un anno e mezzo a Carlo Fischione e Laureano Palmisano.
La clamorosa condanna del generale Ganzer fu accolta tra il silenzio dell’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, la solidarietà dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni e la difesa dell’ex procuratore antimafia Pierluigi Vigna, benché questa brutta vicenda che “scuote l’arma” avrebbe dovuto portare alla sospensione della carica e quindi del servizio di Ganzer, in ottemperanza all’articolo 922 del decreto legislativo 15 marzo 2010, la cosiddetta “norma di rinvio” che dice: «Al personale militare continuano ad applicarsi le ipotesi di sospensione dall’impiego previste dall’articolo  4 della legge 27 marzo 2001, numero 97” che attiene alle “Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche” e che all’articolo 4 dice espressamente: “In caso di condanna, anche non definitiva, per alcuno dei delitti indicati all’articolo 3 comma 1, i dipendenti sono sospesi dal servizio». Tra i delitti considerati c’è pure il peculato, reato contemplato nella sentenza a carico di Ganzer.
Eppure, da allora, il generale Ganzer è rimasto in carica fino alle pensione e nessun ministro (La Russa allora, Di Paola dopo), tantomeno  il capo dello Stato e capo delle forze armate pro tempore Giorgio Napolitano, gli ha fatto rispettare la legge.
Ganzer ha continuato a dirigere il Ros, ad occuparsi di inchieste della portata di Finmeccanica, degli attentatori dell’ad di Ansaldo Roberto Adinolfi, senza contare le presenze ai dibattiti sulla legalità al fianco dell’ex sottosegretario del Pdl Alfredo Mantovano, suo grande difensore. Infine, indisturbato Ganzer ha lasciato il comando del Reparto. Non per l’infamante condanna ridotta ma confermata in appello il 13 dicembre 2013 (4 anni e 11 mesi di reclusione). Ma “per raggiunti limiti d’età”, e andare in pensione. Da «Traditore per smisurata ambizione» a fruitore di (smisurata?) pensione. Protetto dagli uomini delle istituzioni e alla faccia di chi la legge la rispetta.
Tutto normale nel paese colonia a stelle e strisce, dove la droga si smercia impunemente nelle basi USA e NATO. No, in uno Stato di diritto non è normale che un generale, che ricopre un incarico così importante nei Carabinieri, rimanga al suo posto nonostante fosse stato indagato, rinviato a giudizio e poi addirittura condannato a 14 anni di carcere per reati gravissimi. Né è normale che resti al suo posto nonostante sia stato condannato anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. No. Non è normale. E non è da Paese civile.
Quale credibilità mostra di avere uno Stato che consente a un generale dell’Arma, condannato in primo grado e in appello, di continuare a restare al suo posto e di proseguire negli arresti? Poca o nessuna. Una mancanza di credibilità che genera l’ennesimo ossimoro istituzionale: un generale condannato che arresta degli indagati. Stride non poco, vero? Ancora più stridente è poi vedere il Generale condannato mentre illustra i particolari degli arresti in una conferenza stampa. Tradotto: nonostante la condanna, si è deciso di lasciarlo al suo posto, senza nemmeno avere l’accortezza di evitare inopportune apparizioni.  
riferimenti:
 - © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: 
  • Guardia Rossa 1871

    Lo Stato (nelle sue varie articolazioni) lo ha protetto perché alla fine degli anni ’70- inizio anni ’80 aveva avuto un ruolo attivo nella repressione (anche a mezzo tortura) della lotta armata. Meglio un corrotto che persegue il suo interesse personale, ma che “serve” lo Stato della borghesia imperialista, che ribelli disinteressati che danno l’assalto al cielo (soprattutto se organizzati). 🙂

  • Mario De Gregorio

    Cosa posso dire? È uno schifo! Come minimo dovrebbero tagliarli la pensione, visto che qualcosa ha incassato nella sua brillante carriera di protettore di esercenti droga.

  • Geraldo Pitruzzello

    Non ci sono parole è un fatto vergognoso, una vergogna per l’Italia intera e un affronto per migliaia di onesti cittadini che ogni mattina escono da casa per andare a lavorare.

  • Samuel

    Normale che gli uomini di stato lo fecero rimanere al suo posto … perche anche a loro gli interessava li .. e quando dico a loro mi riferisco anche a molti magistrati cocainomani..corrotti.. e merde fino al midollo.

  • Pietro

    Adesso e’ uscito il patacchio, ma da come ho detto e’ una forma di potere che è esplosa dopo il 1960, l’inizio di questo paese drogato si ha dal 1945, esercito USA non volle il ricambio generazionale dei dirigenti nei posti chiave dell’italia, la paura era l’ascesa del comunismo. Perciò ci ritrovammo con Luki Luciano a capo del porto di Napoli dove sbarcarono gli aiuti, la Sicilia e meridione comandati dalla mafia, il resto che creava il buon economico. La fortuna fu che il primo presidente fu ALCIDE De Gasperi, politico onesto e capace, dopo di lui inizio il declino, con Piacenza agli onori ma l’Italia tutta e marcia e il popolo non è ancora maturo alla Merkel.

  • Guglielmo Rinaldini

    Se vero sono fatti gravi ma come mai si indaga e si accusa chi ha combattuto le Brigate Rosse che erano pupazzi di Mosca? Non sarà che la nostra giustizia opera su di un piano inclinato e che tramite la CGIL che Mitrokhin definiva parte del KGB la catena di comando della magistratura ci porta a est?
    • Redazione Contropiano

      Si può sognare di tutto, ma quando si scende sul piano della realtà ci si imbatte in volgare traffico di droga, fatto da “insospettabili”… E questa storia di riferisce al 2014… Insomma, nell’Arma ci si diletta spesso nel combattere i trafficanti facendo loro concorrenza… Ma certamente sarà per “difendere le istituzioni e la legalità”, secondo uno come te.
2020 22 lLUGLIO L'ex procuratore Aggiunto di Imperia, Grazia Pradella, coordina pool per l'inchiesta shock sulla caserma dei Carabinieri a Piacenza




Da solo un mese in Emilia Romagna il magistrato, per anni in prima linea nella nostra provincia, ha messo a segno un'indagine senza precedenti. Tortura, spaccio di droga, arresti falsi e pestaggi: questi alcuni dei reati contestati a 22 indagati

Ha preso possesso dell’incarico di procuratore capo di Piacenza “solo” il 25 giugno scorso e da neo capo dell’ufficio ha messo a segno stamani una delle inchieste più delicate degli ultimi anni. Grazia Pradella, che nel 2015 fino appunto al mese scorso,  ha ricoperto il ruolo di Aggiunto presso la Procura di Imperia, ha infatti coordinato l’operazione che ha visto, materialmente, porre sotto sequestro la caserma dei Carabinieri di via Caccialupo. Ed è la prima volta in Italia che viene sequestrata una caserma dell’Arma. 22 sono le ordinanze di custodia cautelare emesse anche nei confronti di sei Carabinieri (uno è ai domiciliari).
Un’inchiesta senza precedenti che vede tra le accuse contestate anche il traffico di droga, estorsione, arresti illegali e tortura. Sotto la lente di finanzieri del comando provinciale e della polizia locale una serie di reati commessi a partire dal 2017. Tra le ipotesi d’accusa ci sarebbero anche certificazioni fornite da un carabiniere in modo da consentire a spacciatori piacentini di raggiungere Milano per rifornirsi di droga durante il lockdown. Inoltre, da quanto reso noto fin’ora (la conferenza stampa con i dettagli è ancora in corso) tra i vari episodi contestati ci sarebbero appropriazione di sostanza stupefacenti, diversi pestaggi e tra questi anche quello di un cittadino arrestato ingiustamente e accusato di spaccio di droga attraverso prove false, costruite ad arte per poter giustificare l’arresto. L’inchiesta nasce dalla segnalazione di un ufficiale dei Carabinieri che ha lavorato a Piacenza.
Un magistrato in prima linea Grazia Pradella che a Imperia si è distinta non solo per la sua professionalità, tanti infatti sono stati i risultati conseguiti in provincia, ma anche per la gentilezza dei modi. L'anno scorso, poi furono raccolte oltre 80 mila firme per la petizione volta a chiedere al comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico la riassegnazione della scorta. Prima di ricoprire il ruolo di Aggiunto ad Imperia, il magistrato è stato anche Aggiunto a Milano e da lì aveva coordinato l’inchiesta bis sulla strage di piazza Fontana. La petizione era stata promossa dal centro culturale "Peppino e Felicia Impastato, e sostenuta dalle nostre testate di Sanremo e Imperia News. 

I soldi sporchi custoditi nella cassaforte della caserma e il racconto del festino in via Caccialupo

I soldi sporchi, frutto di illeciti, custoditi nella cassaforte della caserma perché così “chi cazzo mi becca”, e una vera e propria orgia, consumata nei locali dell’Arma in via Caccialupo a Piacenza.
Sono questi alcuni dettagli dell’operato dei carabinieri finiti al centro dell’indagine della Procura, che ha portato all’arresto di 6 militari. “Desta sconcerto – scrive nell’ordinanza il gip Luca Milani – apprendere con quali modalità gli indagati di questo procedimento si servissero anche dei locali della caserma nei quali è destinata a svolgersi la loro pubblica funzione”.
LA CASSAFORTE DELLA STAZIONE – Viene quindi riportato il dialogo avvenuto il 3 maggio scorso, in cui uno dei carabinieri finiti agli arresti racconta di avere l’abitudine di nascondere nella cassaforte della stazione di Piacenza Levante il denaro frutto di condotte illecite, con la chiara finalità di non farsi scoprire. Tenerli in casa, dice, è poco sicuro, versarli in banca potrebbe attirare l’attenzione. La cassaforte dell’Arma è quindi il nascondiglio migliore. 

“Non sono buoni questi soldi qua, eh minchia! Glielo vai a dire che hai fatto i soldi così e allora no…li metto in caserma, chi cazzo mi becca”. 
Una premura che, alla fine, si rivelerà comunque inutile visto che il tenore di vita sfoggiato dagli indagati, non consono alle disponibilità economiche di chi presta servizio nell’Arma, finirà per attirare l’attenzione e sarà uno degli elementi che darà il via agli accertamenti.
L’ORGIA – Tornando alla stazione della Piacenza Levante, questa veniva a quanto pare, utilizzata anche per altri scopi. Sempre il 3 maggio, due dei militari finiti agli arresti parlano di una singolare serata con due escort, con le quali si è consumato un rapporto sessuale.  
“Lo scenario rappresentato – scrive il gip – è quello di un’orgia, avvenuta nell’ufficio del comandante di stazione”, attualmente ai domiciliari. La serata era stata talmente vivace da far finire a terra documenti e la divisa del comandante. 

“…il cappello, la giacca del comandante, ha buttato tutte le pratiche per terra, mamma mia che bordello” si legge.  

Un comportamento stigmatizzato dal gip. “Non sono forse ravvisabili reati in simili condotte – scrive – ma dalla descrizione delle stesse traspare ancora una volta il totale disprezzo per i valori della divisa indossata dagli indagati, metaforicamente gettata a terra e calpestata, come quella del loro comandante durante il festino appena rievocato”.
Grazia Pradella, nuovo Procuratore Capo di Piacenza: “Darò il massimo per questa città”


“Sono emozionata e onorata per questo incarico che ricoprirò con grande passione e umiltà, cercando di conoscere il territorio e di mettermi al servizio con tutta l’esperienza maturata in 30 anni di carriera”. Sono le prime parole espresse da Grazia Pradella, da oggi, 25 giugno, Procuratore Capo di Piacenza. 
Pradella vanta un curriculum di tutto rispetto: in magistratura dall’età di 23 anni, si è occupata della strage di Piazza Fontana, quando era sostituto procuratore al Tribunale di Milano. Ha svolto inchieste sul crimine organizzato, sul terrorismo internazionale, sui servizi segreti deviati e su quella che è passata alla storia come “la clinica degli orrori”, Santa Rita di Milano, dove venivano eseguiti interventi inutili solo a scopo di lucro. Pradella, che arriva dalla Procura di Imperia, è stata al centro di una vicenda che ha visto la raccolta di 60mila firme a suo favore quando, nel 2014, le venne tolta la scorta che le era stata assegnata per il suo impegno nel combattere le infiltrazioni mafiose.
“Ciò che ho imparato alla procura di Milano è stata la passione per il lavoro – spiega –  ma anche l’umiltà. Darò il massimo delle mie possibilità a questa provincia”.











2016 15 NOVEMBRE Mancata cattura Provenzano, Mori e Obinu “negligenti”. Ma “non è provato che volessero favorire il boss”
di Giuseppe Pipitone

Depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione in appello dei due ufficiali del Ros accusati di non aver voluto catturare l'allora superlatitante: "Sottovalutazione sicuramente colpevole dello spunto investigativo". La stessa accusa aveva ritirato in corso d'opera l'aggravante sulla trattativa Stato-mafia. I giudici: "Prove comunque inidonee a dimostrare che fosse il movente"
Il mancato blitz di Mezzojuso? Un condotta “negligente e poco solerte” che però non dimostra “con la necessaria certezza” la volontà di favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. È quello che mettono nero su bianco i giudici della corte d’appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza con la quale il 19 maggio scorso hanno assolto il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu.
Una decisione identica a quella assunta tre anni prima dai giudici di primo grado, secondo i quali il fatto contestato ai due carabinieri non costituiva reato. I due ex alti ufficiali del Ros erano accusati di non aver volontariamente arrestato il boss corleonese, ma per la corte d’appello quel blitz mai ordinato nelle campagne di Mezzojuso è solo “il frutto di una, pur sicuramente colpevole, sottovalutazione dell’importanza dello spunto investigativo”.
Il mancato blitz? Solo una “condotta negligente” – “Le superiori condotte non sono univocamente idonee – singolarmente e complessivamente considerate – a dimostrare la coscienza e la volontà degli imputati di impedire la cattura del Provenzano e, quindi, di favorire quest’ultimo”, scrive il giudice Salvatore Di Vitale nelle motivazioni dell’assoluzione di secondo grado. Provenzano era stato localizzato in una casolare di Mezzojuso il 31 ottobre del 1995: l’infiltrato Luigi Ilardo aveva allertato il colonnello Michele Riccio, ma i superiori del militare non diedero mai l’ordine di arrestare il bosso corleonese. “Si è evidenziato come la scelta attendista non fosse irragionevole e risultasse, almeno a quel momento, sostanzialmente condivisa dallo stesso Riccio; la scelta investigativa di privilegiare unicamente l’attesa di un nuovo incontro tra il Provenzano e l’Ilardo non era meramente pretestuosa o palesemente erronea, ed era stata condivisa, se non alimentata, dallo stesso Riccio, che ancora nelle due relazioni a sua firma del marzo 1996 indicava come imminente la prospettiva di un tale incontro”, sostengono i giudici. Che alla fine delle 350 pagine di motivazioni sottolineano come debba “ritenersi confermato che le contestate e pur sussistenti condotte degli imputati non sono idonee a dimostrare, essendo prive di univoco significato probatorio, che i predetti abbiano agito con la coscienza e la volontà di favorire il latitante Bernardo Provenzano, impedendone od ostacolandone la cattura”.
Favoreggiamento a Provenzano: per i giudici manca il movente – Dopo l’assoluzione in primo grado, il processo d’appello a Mori e Obinu era stato segnato da una sorta di cambio di strategia dell’accusa. Il procuratore generale Roberto Scarpinato e il sostituto pg Luigi Patronaggio avevano deciso di rinunciare a due importanti aggravanti contestati in precedenza ai due imputati: quello disciplinato dall’articolo 7, e cioè aver avvantaggiato Cosa nostra, e quello previsto dall’articolo 61, comma 2, del codice di procedura penale, che invece sanziona l’aver commesso il reato per assicurare a sé o ad altri il prodotto o l’impunità di un altro reato. In questo modo avevano praticamente “sganciato” il processo sul mancato blitz da quello sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, oggetto di un altro dibattimento al momento in corso davanti alla corte d’assise di Palermo, dove lo stesso Mori è imputato per violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato. Scelta che non è stata premiata dalla corte d’appello.
“Il pg ha implicitamente riconosciuto che il compendio probatorio acquisito al presente giudizio – e fatte salve le autonome valutazioni che i giudici della Corte di Assise di Palermo saranno chiamati ad adottare all’esito della istruzione dibattimentale che è ancora in corso di svolgimento – è insufficiente a dimostrare, con il requisito di certezza proprio del processo penale, la sussistenza della suddetta trattativa e, quindi, della relativa aggravante, così sostanzialmente condividendo le conclusioni cui è giunto sul punto il Tribunale con la sentenza impugnata”, scrive la corte, secondo la quale in questo modo “risulta venuto meno anche il movente”. Nell’originaria ricostruzione dell’accusa, infatti, la latitanza di Provenzano non era nient’altro che una “cambiale” da pagare a Cosa nostra dopo il Patto siglato per far cessare la stagione stragista. “Tuttavia- si legge sempre nelle motivazioni – se, come detto, le risultanze processuali sono inidonee – secondo lo stesso pg – a ritenere dimostrata la contestata aggravante del nesso teleologico, le stesse sono parimenti inidonee a provare la sussistenza del movente della trattativa”.
Il blitz di Terme Vigliatore: “Ultimo e i suoi non hanno saputo spiegare cosa facessero lì” – Ma non solo. Perché per i giudici il quadro probatorio contro i due ex alti ufficiali del Ros, non cambia “per effetto dei pur apprezzabili sforzi accusatori, volti a dimostrare che l’imputato Mori già in altre occasioni si fosse reso responsabile di analoghe condotte favoreggiatrici nei confronti di altri esponenti di primo piano di Cosa Nostra”. Il riferimento è ad una altro mancato blitz: quello di Terme Vigliatore, quando il 6 aprile del 1993 alcuni carabinieri guidati da Sergio De Caprio, alias il capitano Ultimo, scatenarono una sparatoria inseguendo il giovane Fortunato Imbesi, scambiato – a loro dire – per il latitante Pietro Aglieri. Per il pg Scarpinato gli effetti di quella sparatoria portarono alla fuga del boss Nitto Santapaola che si nascondeva nei paraggi. “Quanto verificatosi a Terme Vigliatore non appare rilevante ai fini del presente giudizio, non potendo ritenersi provato con la necessaria certezza né che il Mori abbia inviato il De Caprio sul posto al fine specifico di mettere sull’avviso il Santapaola ed impedirne la cattura, né che il De Caprio abbia effettivamente e consapevolmente operato in quest’ultimo senso”, scrive invece il giudice Di Vitale, che assolvendo Mori e Obinu aveva però anche ordinato l’invio degli atti alla procura con l’accusa di falsa testimonianza delle deposizioni dei sei carabinieri del Ros coinvolti in quel blitz. Il motivo? “Ciò che tuttavia è emerso dalle dichiarazioni dei predetti militari e che appare indubbiamente singolare ed in definitiva inquietante – scrive – è l’estrema difficoltà dagli stessi manifestata nel corso delle loro deposizioni nell’indicare e chiarire in modo plausibile le ragioni della loro presenza a Terme Vigliatore, incorrendo anche in palesi contraddizioni”
https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/15/mancata-cattura-provenzano-mori-e-obinu-negligenti-ma-non-e-provato-che-volessero-favorire-il-boss/3194976/

2018 22 APRILE  Stato-mafia. Il Generale Subranni e l’omicidio di Peppino Impastato




Tra i condannati “eccellenti” per la trattativa Stato-mafia ci sono diversi personaggi che meritano un’attenzione meno distratta di quella riservatagli dai media di regime. I quali, va sottolineato, si concentrano sempre sugli aspetti “politicistici” delle vicende giudiziarie (chi ci guadagna e chi ci perde, tra i nomi di spicco della “politica”), mentre evitano con grande cura di mettere sotto i riflettori i vertici dello Stato reale – gli apparati che restano al di là del contino fluire dei ministri, quelli che oggi si ama definire deep state.
A uscire svergognata dalla sentenza, infatti l’intera Arma dei Carabinieri, quella che invece ci viene ogni giorno presentata come l’istituzione in cui “gli italiani” dovrebbero riporre maggiore fiducia. Ognuno degli altissimi ufficiali condannati è infatti stato al vertice dei Ros – il Raggruppamento operativo specialeunico organo investigativo dell’Arma con competenza sia sulla criminalità organizzata sia sul “terrorismo”, dipende funzionalmente dal Comando generale sotto il profilo tecnico-operativo – ovvero il “braccio” che si occupa di sbrogliare matasse particolarmente problematiche, di fatto una branca dei servizi segreti. I generali Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato (stessa pena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri), mentre il generale Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni.
Ognuno di loro meriterebbe una biografia non autorizzata ma molto dettagliata, ma per il momento ci limitiamo a ricordare una delle straordinarie “coincidenze” che hanno avuto come protagonista il meno noto di loro, Antonio Subranni. Il quale ha avuto un inizio di carriera davvero fulminante e in qualche modo “formativo” del suo particolarissimo percorso interno ai carabinieri.
Promosso maggiore nel 1978, divenne all’inizio di quell’anno comandante del Ros del comando provinciale di Palermo; ovvero diventa il capo del raggruppamento che deve o dovrebbe combattere la mafia nel suo punto di massimo insediamento, o perlomeno nella città ritenuta “capoluogo” dell’organizzazione. Un incarico che presuppone la massima fiducia dei vertici dell’Arma, un’investitura che “premia” un giovane ufficiale ritenuto tra i più brillanti ed efficaci.
L’esordio, però, è di segno decisamente opposto. Il primo caso rilevante di cui è chamato ad occuparsi è infatti l’omicidio del compagno Peppino Impastato, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio di quell’anno.
Ricordiamo per chi ha la fortuna di non essere stato già adulto a quel tempo che l’omicidio di Peppino, giornalista antimafia e candidato locale di Democrazia Proletaria, fu particolarmente efferato: il suo corpo venne dilaniato da una carica esplosiva sui binari della ferrovia. I suoi assassini – poi identificati come killer “comandati” dal boss mafioso Gaetano Badalamenti – volevano inscenare uno scombiccherato “attentato terroristico” andato storto.
Gli elementi di razionalità contrari erano moltissimi: Peppino era appunto un esponente di Dp, organizzazione della sinistra ai tempi per nulla “estremistica”, tanto da presentarsi regolarmente alle elezioni nel mentre infuriavano nelle piazze movimenti ben più radicali e alcune decine di organizzazioni combattenti si muovevano sul piano della lotta armata. Soprattutto, solo la Sicilia era in quella temperie una regione in cui la guerriglia di sinistra non era riuscita a mettere radici. Proprio perché la più efficiente “polizia anticomunista”, in quella regione, era appunto… la mafia.
Elementi così chiari che pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano egualmente Peppino Impastato, riuscendo addirittura ad eleggerlo simbolicamente nel Consiglio comunale.
L’unico ad abboccare alla “pista terroristica” fu, incredibilmente, l’allora maggiore Subranni, coadiuvato dal maresciallo Alfonso Travali, che pure disponevano di qualche elemento informativo in più rispetto ai normali elettori di Cinisi.
Il sospetto di depistaggio intenzionale, facilitato dal contemporaneo e ben più noto ritrovamento del corpo di Aldo Moro, accompagnò insomma da subito l’operato del Ros palermitano. Tanto che Subranni si ritenne obbligato a dare, nel corso dei decenni, interviste per difendersi da questa accusa (soprattutto popolare, l’indagine giudiziaria morì presto in qualche cassetto della Procura). Vedi 20001219gdsa.
Nonostante questo “incidente di percorso” – che denotava quantomeno insipienza investigativa, se non addirittura fiancheggiamento della mafia (fu indagato anche per questo, ma tutto finì con l’archiviazione al tribunale di Caltanissetta) – Subranni scala i vertici del Ros, al punto da esserne il capo nazionale al tempo – 1992-93 della ormai conclamata “trattativa Stato-mafia”. Per poi passare al Cesis (organo di coordinamento tra i due servizi segreti italiani d’allora, il Sisde e il Sismi, rispettivamente delegati agli “affari interni” e quelli “esteri”).
Una carriera senza alcun intoppo, di promozione in promozione, a dispetto di sospetti, indagini, avvisi di garanzia. Come se ogni ombra sul suo conto fosse considerata, ai vertici dell’Arma, come un merito per aver svolto una funzione innominabile “uso a obbedir tacendo”.
Vale la pena, per chiudere momentaneamente questo accenno di biografia, riportare il link alla cronologia della vicenda realizzata dal Centro Impastato e la risposta di Umberto Santino, presidente del Centro, all’”intervista” data da Subranni al Giornale di Sicilia.
*****
 Su un’intervista al generale Subranni sul delitto Impastato
In un’intervista pubblicata sul “Giornale di Sicilia” del 19 dicembre 2000, l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, in seguito promosso generale, prende decisamente le distanze dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sul caso Impastato, approvata lo scorso 6 dicembre, escludendo di avere avuto il benché minimo ruolo nel depistaggio delle indagini.
Subranni dice di avere redatto solo due rapporti sulla morte di Impastato, in data 10 e 30 maggio 1978, afferma di non avere mai sentito parlare di pietre con tracce di sangue e di avere “interrogato” personalmente il professore Ideale Del Carpio, il quale avrebbe “ritrattato” le dichiarazioni rese in un primo tempo e richiamate dai firmatari dell’esposto presentato l’11 maggio del ’78.
Il professor Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma non posso fare a meno di sottolineare che in quei giorni di grandissimo isolamento dei familiari e dei compagni di Peppino, sottoposti a stringenti interrogatori come “complici dell’attentatore”, un anziano e illustre docente di Medicina legale che prestava la sua opera generosamente e gratuitamente veniva “interrogato” da chi neppure lontanamente pensava di perquisire le cave da cui con ogni probabilità proveniva l’esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di quel genere di esplosivo risulta chiaramente da una relazione redatta dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano lo stesso giorno del delitto) e porre qualche domanda a qualche mafioso a piede libero.
Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”.
Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?
Dopo vent’anni di impegno quotidiano siamo riusciti ad ottenere l’apertura dei processi e l’interessamento della Commissione antimafia che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana dice senza mezzi termini che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini su un omicidio politico-mafioso.
Sappiamo che la relazione è passata all’unanimità ma pure che qualcuno ha preferito assentarsi dalla discussione. Non ci sorprendiamo che adesso comincino le “grandi manovre” per indebolire o vanificare il risultato di quasi due anni di lavoro che per noi ha più il valore di un avvio che di un traguardo. Che la “seconda repubblica” non abbia molta voglia di fare chiarezza sui misfatti della “prima” lo sapevamo già. Non per nulla sulla scena politica riemergono volti noti che sembravano definitivamente cancellati e, pur di salvare Badalamenti, si ripesca nel calderone tirando fuori i soliti “corleonesi” e si attaccano i magistrati più seriamente impegnati.
A fare da sfondo a questo ennesimo tentativo di “depistaggio” della verità sono venute le dichiarazioni trionfalistiche, al limite del ridicolo, che abbiamo ascoltato nel corso della conferenza sul crimine transnazionale delle Nazioni Unite svoltasi nella cornice di una Palermo “rinascimentale”: una riprova che alle analisi serie e ai programmi di reale rinnovamento si preferiscono le liturgie spettacolari e i restauri delle facciate.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato
125/2000 Palermo 19. 12. 2000

COME DA TELEFONATA 
https://contropiano.org/news/malapolizia-news/2018/04/22/generale-subranni-e-delitto-impastato-0103163






MONTELLA GIUSEPPE, PIACENZA, PRADELLA GRAZIA, ZANETTI MARIA LUISA, CARABINIERI, INCHIESTA ODYSSEUS,  GRANZER GIAMPAOLO, CASERMA LEVANTE,OBINU MAURO, MORI MARIO PROVENZANO BERNARDO, DE DONNO GIUSEPPE, CARMELO CANALE, SUBRANNI ANTONIO, IMPASTATO GIUSEPPE, TRAVALI ALFONSO, CONTRADA BRUNO, BORSELLINO PAOLO, FALCONE GIOVANNI, ILARDO LUIGI, RICCIO MICHELE,  TRATTATIVA STATO MAFIA, CIANCIMINO VITO, DE CAPRIO SERGIO, SPACCIO, DROGA,  EROINA,  COCAINA, ESTORSIONI, PESTAGGI,TORTURE,  ABUSO DI POTERE , INTERCETTAZIONI, PORSCHE CAYENNE, BMW, MERCEDES, 2020 24 LUGLIO. CARABINIERI PIACENZA, CHI È L'APPUNTATO PEPPE MONTELLA: DALLE AUTO DI LUSSO ALLE FRASI RAZZISTE,  2020 23 LUGLIO CARABINIERI ARRESTATI A PIACENZA, SOSTITUITO IL COMANDANTE: INDAGA ANCHE LA PROCURA MILITARE ABUSO DI POTERE, CARABINIERI, CASERMA LEVANTE, COCAINA, DROGA, EROINA, ESTORSIONI, INTERCETTAZIONI, INCHIESTA ODYSSEUS, MONTELLA GIUSEPPE, PESTAGGI, PIACENZA, PORSCHE CAYENNE, SPACCIO, TORTURE,CARABINIERI, GRANZER GIAMPAOLO, PIACENZA,PRADELLA GRAZIA,PIACENZA, ROS, DROGA, PECULATO, ZANETTI MARIA LUISA, LA RUSSA IGNAZIO, MARONI ROBERTO, VIGNA PIERLUIGI, NAPOLITANO GIORGIO, MANTOVANI ALFREDO, ANSALDO, ADINOLFI ROBERTO, PROTEZIONE, CHAAYA JEAN BOU, OBINU MARIO, SERVIZI SEGRETI, LOVATO GILBERTO, BENIGNI GIANFRANCO, ARPA RODOLFO, RINALDI VINCENZO, SCALISI MICHELE, ZANONI LAZZERI ALBERTO, FISCHIONE CARLO, PALMISANO LAUREANO, 2020 22 LUGLIO L'ex procuratore Aggiunto di Imperia, Grazia Pradella, coordina pool per l'inchiesta shock sulla caserma dei Carabinieri a Piacenza   I soldi sporchi custoditi nella cassaforte della caserma e il racconto del festino in via Caccialupo Grazia Pradella, nuovo Procuratore Capo di Piacenza: “Darò il massimo per questa città” MONTELLA GIUSEPPE, PIACENZA, PRADELLA GRAZIA, ZANETTI MARIA LUISA, CARABINIERI, INCHIESTA ODYSSEUS, GRANZER GIAMPAOLO, CASERMA LEVANTE,SPACCIO, DROGA, EROINA, COCAINA, ESTORSIONI, CARABINIERI, GRANZER GIAMPAOLO, PIACENZA,PRADELLA GRAZIA,PIACENZA, ROS, DROGA, PECULATO, ZANETTI MARIA LUISA, LA RUSSA IGNAZIO, MARONI ROBERTO, VIGNA PIERLUIGI, NAPOLITANO GIORGIO, MANTOVANI ALFREDO, ANSALDO, ADINOLFI ROBERTO, PROTEZIONE, CHAAYA JEAN BOU, OBINU MARIO, SERVIZI SEGRETI, LOVATO GILBERTO, BENIGNI GIANFRANCO, ARPA RODOLFO, RINALDI VINCENZO, SCALISI MICHELE, ZANONI LAZZERI ALBERTO, FISCHIONE CARLO, PALMISANO LAUREANO, 



2020 22 LUGLIO L'EX PROCURATORE AGGIUNTO DI IMPERIA, GRAZIA PRADELLA, COORDINA POOL PER L'INCHIESTA SHOCK SULLA CASERMA DEI CARABINIERI A PIACENZA I SOLDI SPORCHI CUSTODITI NELLA CASSAFORTE DELLA CASERMA E IL RACCONTO DEL FESTINO IN VIA CACCIALUPO GRAZIA PRADELLA, NUOVO PROCURATORE CAPO DI PIACENZA: “DARÒ IL MASSIMO PER QUESTA CITTÀ” 2014 7 GIUGNO STORIE ITALIANE. IL GENERALE GANZER, CONDANNATO PER TRAFFICO DI DROGA, INAMOVIBILE MANCATA CATTURA PROVENZANO MORI E OBINU NEGLIGENTI MA “NON È PROVATO CHE VOLESSERO FAVORIRE IL BOSS 2018 22 APRILE STATO-MAFIA. IL GENERALE SUBRANNI E L’OMICIDIO DI PEPPINO IMPASTATO, MONTELLA GIUSEPPE, PIACENZA, PRADELLA GRAZIA, ZANETTI MARIA LUISA, CARABINIERI, INCHIESTA ODYSSEUS, GRANZER GIAMPAOLO, CASERMA LEVANTE,SPACCIO, DROGA, EROINA, COCAINA, MORI MARIO,OBINU MAURO,SUBRANNI ANTONIO,

No comments: