Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”




Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..






“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in superficie “






Pino Ciampolillo


Thursday, April 02, 2020

Reparto Donne Agitate LIA TRAVERSO Annalisa NORI DE’ NOBILI LAVINIA ADAMI MUSEO LABORATORIO DELLA MENTE Elettroshock: il racconto di chi l’ha subito Nori De' Nobili, la geniale pittrice che era considerata malata di mente 2018 29 NOVEMBRE Nori de’ Nobili, l’Alda Merini della pittura italiana











Reparto Donne Agitate


Tutto cominciò nel 2007.

Era una fresca e soleggiata giornata di Marzo quando varcai per la prima volta l’ingresso del manicomio di Imola: l’Osservanza.

Una schiera di padiglioni identici, una geometria meticolosa di architettura manicomiale, come se la normalizzazione del comportamento passasse attraverso gli spazi dove i pazienti vivevano.

Padiglioni identici, strade identiche. Cielo cemento terra. Cielo cemento terra.

In manicomio si perdeva l’identità e respirando quell’atmosfera si percepiva esattamente tutto questo.

Ricordo quegli ambienti grandi, identici, soli, silenziosi, proprio come quel mondo spaventato e minacciato da chi viveva oltre le mura di questi ospedali. Fredde e rigide: architetture in grado di rispecchiare lo stigma. 
















































Ricordo che mi fecero conoscere un fotografo interessato alla salute mentale e alla storia di questo imponente manicomio.

Ricordo la chiacchiere e il ricordo il documentario che mi fece vedere prima del mio ritorno a casa: Reparto 14, la storia del medico che liberò i pazienti del manicomio di Imola, Giorgio Antonucci.

“Lui cominciò dal reparto peggiore di tutto il manicomio…” mi disse.

E io pensavo a quale potesse essere questo reparto. Immaginavo volti maschili rabbiosi con barbe incolte che gridavano. Immaginavo figure adulte che infermieri stentavano a contenere.

Volti di uomini brillanti di sudore segnati dalle rughe e dalla reclusione.

Niente di più sbagliato. Il reparto peggiore del manicomio non riguardava gli uomini.


Il reparto peggiore era Donne Agitate.


“Antonucci  pensò di partire da quello più difficile perché, se fosse riuscito a liberarlo, gli altri sarebbero venuti di conseguenza” mi disse il fotografo al termine del documentario.

E inizio a immaginare, ogni immagine che creo mi spaventa.

Immagino donne che non possono essere madri, ragazza che non possono essere mogli, femmine che non possono essere libere. E mi immagino la rabbia nelle loro grida.

Vene gonfie sul collo per espellere suoni di dissenso, di delusione, di rabbia.

Occhi sgranati, pupille dilatate e capelli sul volto. Estetica del disagio. Composizioni anatomiche della rabbia.

Una scena fastidiosa anche per la semplice immaginazione.

Donne. Semplici donne che non sono mai state sotto i riflettori della vita, vittime di sessismo, protagoniste di violenze di genere, persone invisibili e silenziose anche per la nostra immaginazione, che non riesce a trovarle uno spazio neppure “nel reparto peggiore del manicomio”.
Donne che hanno retto sulle sue spalle un peso troppo forte.
Voglio dedicare questo post a tutte le figure femminili che hanno vissuto in questi spazi e che hanno fatto qualcosa di grandioso, di rivoluzionario e indelebile nel tempo. Perché i pesi più complessi della Vita vengono sempre affidati alle persone che li possono sopportare. E le donne sono fra le figure più grandi e coraggiose in grado di reggere questi pesi.
Le storie dei vincitori si scrivono con le lacrime degli sconfitti e senza di loro, non ci sarebbe nessun vincitore. Senza le storie delle donne, le rivoluzioni silenziose del manicomio non sarebbero mai esistite.

Questo sarà un post liquido, che si aggiornerà periodicamente con solo storie al femminile.

Un mio piccolo omaggio a queste creature meravigliose.


LIA TRAVERSO

Ricoverata nel Santa Maria della Pietà di Roma















34 anni. Questa è l’età che aveva Lia Traverso quando morì in manicomio per una “Grande Febbre”.

34 anni, 12410 giorni: età sufficiente per mettere in piedi una rivoluzione che è rimasta indelebile nella memoria.

L’ospedale psichiatrico annienta giorno dopo giorno l’identità di questa giovane ragazza; emotivamente distrutta riversa in un diario tutti i suoi pensieri, la sua rabbia, i suoi istinti attraverso testi e disegni. Giornate scandite dagli stessi ritmi fra lavoro, cena, solitudine, alienazione.

E il tutto guidato dalla paura del “pericoloso a sè e agli altri”: scarpe senza lacci e cene senza forchetta e coltello.

Poteva essere pericoloso maneggiare il coltello a cena, le dicevano.

La forchetta è pericolosa, continuavano a ripeterle.

Ma Lia non era d’accordo.

Giornate massacranti per l’anima che sembravano non finire mai, dove i pasti erano l’ennesima stoccata per distruggere definitivamente il guscio della nostra umanità. Mangiare la carne con il cucchiaio è impossibile, oltre che surreale e frustrante.

Durante i turni di lavoro doveva maneggiare forbici e mazze, strumenti ben più pericolosi di un coltello o di una semplice forchetta, e non capiva il perché a cena dovesse usare il cucchiaio per fare tutto.

Può essere pericoloso maneggiare il coltello a cena, continuavano a ripeterle. Ma un giorno Lia disse basta.


Durante una cena cominciò la sua protesta: uno sciopero della fame non violento per richiedere l’aggiunta delle posate. Un protesta che presto diventò virale. Perché tutte le Rivoluzioni sono contagiose.

Una lotta di silenzi per reclamare una semplice forchetta, uno strumento elementare e banale che noi teniamo fra le mani tutti i giorni ma che ci mostra quanto il mondo manicomiale fosse distante da quello che stava oltre le mura.

Ma alla fine Lia vinse la battaglia. Grazie a Lia furono introdotte anche le altre posate, facendo crollare così un altro piccolo tassello di differenza con il mondo esterno.

34 anni. Questa è l’età che aveva Lia Traverso quando morì in manicomio per una “Grande Febbre”.

34 anni, età di lotta in cerca di una umanizzazione che sembrava incredibilmente distante.

Perché alla fine la normalità non è nient’altro che una rivoluzione che ha smesso di stupire.

Per approfondire


La storia di Lia Traverso ha uno spazio permanente al Museo Laboratorio della Mente


ANNALISA

Ricoverata nel manicomio di Colorno





















Annalisa è una donna innamorata, sogna l’amore puro, indelebile. Passerà tutta la sua vita in manicomio non riuscendo però mai a realizzare il desiderio di sposarsi.

Far scrivere lettere ai pazienti alfabetizzati era una pratica spesso usata dentro queste strutture e, generalmente, questa corrispondenza non vedeva mai destinazione.

Inchiostro su carta per scoprire se i destinatari di questi pensieri fossero persone reali oppure no. Pezzi di esistenza usati come metro di analisi. Vite e memorie confinate dentro le cartelle cliniche.

Dal 1938 al 1941 Annalisa scriverà 4 lettere alla sua famiglia che non usciranno mai dal manicomio dove era ricoverata; riceverà anche altrettanti messaggi dai suoi cari ma non scopriremo mai se sia riuscita a leggerli, alcuni di questi sono arrivati anni dopo l’ultima lettera scritta da Annalisa.
Questo è un messaggio della sorella scritto nel 1943:

“Siccome sono dieci mesi che non abbiamo più notizie della nostra Sorella Annalisa vi preghiamo di farci sapere il suo stato di salute. Abbiamo scritto tante volte senza avere nessuna risposta ed’ora siamo davvero in pensiero.

In attesa di una vostra risposta, di nuovo ringraziandovi vi porgiamo i nostri ossequi.”
E questo è l’ultimo messaggio in ordine cronologico che ha ricevuto. Datato 1947:

“Caro supritendente,

Dopo un lungo tempo che aspetavo della mia nipote Annalisa come presinte nel suo ospedale da vari anni ed è già un tempo che aspetto notizie, ma non so cosi sia avenuto le o spedito vari pacchi e anche 3 lettere ma non o avuto nessuna risposta, Dunque mi rovolgo a lei che avrà il buon cuore di farmi sapere che cose e avvenuto se si trova male o come perchè ne penso male, se per caso non avesse denaro da spedire la lettera sono a pregarla di mandarla senza francobolli che io pagherò qui quando la lettera mi recapiterà alla mia direzione.

Io sono a ringraziarlo anticipatamente

Distinti saluti”

E poi silenzio. Come quello che scaturisce da queste pagine.

E una lettera non può e non deve essere seguita dal silenzio. Quando noi incontriamo una calligrafia immaginiamo l’emozione di chi scrive, con i suoi dolori e desideri.

E cosa permette ad Annalisa di sopportare l’alienazione del manicomio? L’amore. E poco importa se l’innamorato di sempre non corrisponda, nessun problema, si cerca un altro amore, anche impossibile, senza paura.

Sognare non costa niente e, fra un silenzio e un altro, fra una malinconia e un ricordo, il sogno dell’amore puro e immortale è in grado di alleggerirci la sofferenza.

Annalisa non rappresenta un semplice individuo, incarna la figura di donna che trova nell’amore la via di fuga al male del manicomio; nelle 4 lettere che ha scritto riesce a indirizzare questo sentimento nella direzione che più le serve per sopravvivere: non potendosi ricongiungere con l’amante di sempre, si dirotterà verso il Direttore del manicomio, sopportando il peso della permanenza immaginandosi futura direttrice.

Annalisa è una donna leggera, semplice. È una donna innamorata, sogna l’amore puro, indelebile.

E l’amore è la forza più grande del mondo.

Per approfondire


NORI DE’ NOBILI

Ricoverata nel manicomio di Modena






















“Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.” scriveva George Bernard Shaw. E questo Eleonora, ma chiamata da tutti Nori, lo sapeva benissimo.
Nata in una famiglia borghese nel 1902, aveva un fratello, Alberto, e una sorella, Bice, più piccoli con cui aveva un legame straordinario. Straordinario come il rapporto che aveva con l’arte.

Durante il periodo degli studi Nori si accorge di gestire con difficoltà l’emotività, subisce le emozioni, e non riesce a tenerle a freno, perché gli artisti hanno una sensibilità più spiccata degli altri.

E gestiscono le mille emozioni in un modo diverso dagli altri.

Ma Nori sogna una vita dentro l’arte, non pensando che questa sua vocazione diventerà poi il pretesto di un grande scontro con la famiglia. Fu proprio dopo il loro trasferimento a Firenze nel 1924 che qualcosa si ruppe irreversibile.
Nori strinse interessanti legami artistici nel capoluogo toscano, muovendosi all’interno del fermento creativo locale, e iniziò un rapporto con Aniceto del Massa, figura magnetica ed ingestibile per la fragile Nori.

Ma siamo in periodo fascista e le donne non possono fare le artiste ma devono fare le donne di case, questo contrasto inizia a distruggere giorno dopo giorno i sogni e i desideri di Nori, trovando anche in suo padre una figura avversa alla propria aspirazione.

Ma gli ultimi pezzi si rompono quando nel 1933, a causa di una broncopolmonite, morirà il suo amato fratello Alberto.

La realtà era incontrollabile e Nori sprofondò in una spirala di dolore e delusione che non vedrà mai fine. Schizofrenia verrà poi definita quell’insieme di dolori dati dal lutto e dal dover intraprendere una vita decisa da altri che non vogliamo proprio fare.

Nel 1935, a soli 33, i suoi genitori la mandano in cura a Villa Igea a Modena.

Esattamente a metà della sua vita, perché dentro vivrà esattamente per altri 33 anni.

In un luogo dal tempo ovattato tipico dell’ospedale psichiatrico, Nori gradualmente decise di chiudere i rapporti con la famiglia: a partire dalla sorella per finire al padre, Nori scegli di rimanere in silenzio nel proprio disagio, senza aver più niente a che fare con quella parte di vita che aveva lasciato fuori dalla porta di ingresso dell’ospedale psichiatrico.
Ed è proprio durante la solitudine che Nori abbandona “l’Eleonora che doveva essere” per diventare la “Nori che aveva sempre desiderato”prende un pennello e comincia di nuovo a dipingere, definendo il suo ciclo artistico più importante.
L’insieme di dolori che aveva Nori nell’animo avevano un volto, che dipingerà senza paura, guidata dal genio dell’arte: un serie corposa di autoritratti racconteranno poi al mondo la visione di un’artista che non sono riusciti ad uniformare allo stereotipo di donna dell’epoca.
Durante la sua “seconda vita” in manicomio, il personale medico non interferirà mai nelle sue opere e la lasceranno totalmente libera di creare. Ogni supporto era così una potenziale tela vergine su cui riversare un suo dettaglio di identità; dai coperchi delle scatole alle lastre mediche, tutto era comunicazione, tutto era spazio narrativo dove uno spicchio di Nori si depositava.
E man mano che il tempo passava e la salute di Nori diveniva più fragile, i dettagli del volto iniziavano a scomparire. Il suo ultimo lavoro risale al 1967 e ritrae Nori senza volto che vola in cielo, dipinto su una sua lastra radiografica, il titolo è emblematico e racconta come la malattia stesse prendendo ormai il sopravvento su di lei: “L’anima di Nori che sale in cielo”.
Nori morirà nel 1968, anno in cui le donne lotteranno per avere quella vita che Nori non è riuscita a vedersi riconosciuta.
Ma la sua arte ha mandato un messaggio fortissimo: qua non si parla di malattia ma di identità, di violenza su una donna che non è riuscita a seguire i suoi sogni perché la società non lo poteva permettere, si parla di espressione e di come la nostra vena creativa non possa essere domata.
Si parla di essere umani e di come il dolore sia una componente naturale della nostra vita, che non può essere evitato ma può essere esorcizzato.
E si parla di sogni, della missione che ognuno di noi si porta dentro l’anima: Nori è arte pura e la sua pittura non è scomparsa con la sua morte ma ha trovato casa dentro il Museo Nori de Nobili, uno dei pochi Musei interamente dedicati ad una figura femminile, che è anche un Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee.

Un riscatto per chi voleva disegnarle addosso una vita che non era la sua.

Perché i sogni, anche se provi a seppellirli, troveranno sempre il modo per bussare alla tua porta: se ce li hai, vuol dire che sei l’unico che può realizzarli.

Per approfondire


LAVINIA ADAMI

Ricoverata nel manicomio di Rovigo






























“Eccola là, l’amica di Matteotti” così chiamavano Lavinia Adami nel manicomio di Rovigo.

L’amica di Matteotti, internata perché socialista durante il fascismo.

Lavinia nasce nel 1892 da una famiglia di Badia Polesine, unica femmina su 6 fratelli.

Dopo aver studiato ed essere occupata come contabile in aziende locali, Lavinia inizia a seguire movimenti politici di sinistra che la porteranno a fare militanza e a lasciare la famiglia, non allineati con le idee della figlia.

1919, periodo di scioperi e Lavinia entra nell’occhio del ciclone perché accusata di fomentare la rabbia e di spingere proteste, in chiave marxista; proprio in questo momento Lavinia perderà il posto lavoro e non troverà più occupazione a titolo definitivo.

E contro ogni stereotipo del periodo, Lavinia darà alla luce Arga da nubile nel 1927.

Donna, socialista e madre nubile sono tratti assolutamente non idonei al periodo storico, tanto che Lavinia fu ricoverata nel complesso di Granzette nel 1937 perché “pericolosa a se stessa e agli altri”.
Nei primi anni di manicomio Lavinia, parallelamente ad una corrispondenza con la figlia che finì in orfanotrofio, iniziò proteste contro le misure della struttura, tutte soffocata dalla contenzione e dall’insulinoterapia.
Le proteste continuarono anche durante il peggior periodo che questo manicomio abbia vissuto, quello del 1943/45 dove aumentò vertiginosamente il tasso di mortalità e le misure restrittive, perché Lavinia aveva in fondo al cuore il desiderio di giustizia sociale.

Ma nessuno può resistere per sempre.

Gradualmente le proteste di Lavinia iniziarono a farsi più deboli e finì inesorabilmente per uniformarsi al manicomio.

L’Amica di Matteotti, così veniva chiamata nel manicomio, era una donna scaltra che è stata soffocata da un mondo troppo più grande di lei.

Morirà nel 1976 in manicomio.

Lavinia non è una semplice donna morta in manicomio, è la femmina che non ha seguito le regole che voleva il regime, è la donna che dice NO in un periodo di teste abbassate e di accondiscendenza, è la figlia della libertà delle scelte e di chi non si volta dall’altra parte di fronte alle ingiustizie della vita.

Lavinia diventerà così senza tempo, simbolo della donna che ha tentato di liberarsi dalle catene dello stereotipo per vivere la propria vita.
Oggi giace in un ossario di un cimitero di Roverdicrè.

 

https://www.museodellamente.it/


Elettroshock: il racconto di chi l’ha subito

Pubblicato Mer. 13/07/2016
















di Colin Taufer, educatore di professione, scrittore e avvocato permanente per i diritti umani
Nel mio ultimo articolo ho paragonato i danni cerebrali causati dalla TEC (terapia elettroconvulsivante - il nuovo nome dell'elettroshock, dal suono più dolce) e la brutale collisione "casco contro casco" del football americano: pazienti e giocatori si ritrovavano con gli stessi sintomi a breve e a lungo termine, come la perdita di memoria, confusione e demenza progressiva. Sfortunatamente, nel caso dei pazienti che avevano ricevuto elettroshock, questi sintomi negativi sono visti come "cure" di ciò che li affligge. Stordiscono la capacità di ragionamento del paziente e la sua forza vitale emotiva con abbastanza scariche elettriche, finché il motivo della loro tristezza o frustrazione non possa più essere sentito, contemplato o ponderato. L'effetto collaterale di questa "cura" è che la vita stessa non è più sentita, contemplata o ponderata. Ho ricevuto tante risposte interessanti su quest'articolo. Uno di loro mi ha esposto una prospettiva unica sulla shock terapia.
Il suo nome è Julie Greene, superstite della TEC e blogger appassionata in materia di diritti umani.

La sua missione, nelle sue stesse parole, è di denunciare allegramente la psichiatria. Julie è stata così gentile da rispondere, in maniera franca, articolata e rivelatrice, ad alcune mie domande sulla sua esperienza personale.


Ciao Colin, prima CESPI GIULIO, Tdi tutto, grazie per avermi inviato queste domande. Sono sempre stupita dalle domande che i giornalisti mi fanno perché sembrano riflettere molta curiosità, cosa che trovo deliziosa. I giornalisti fanno domande argute, che indicano il desiderio di comprendere. Gli psichiatri non mi hanno mai fatto domande molto intelligenti e interessanti. Al contrario, le loro domande sembravano articolate in modo da condurmi in qualche vicolo cieco, come se avessero un fine nascosto predeterminato. Spesso hanno cercato di ingannarmi per farmi ammettere certe cose. Sembrava un gioco crudele.
 
Anni dopo aver ricevuto TEC, ora sei contraria a questa pratica. Perché?

Direi che dopo la mia TEC nel 1996 non avevo idea che l'effetto collaterale, in particolare quello a lungo termine, sarebbe stata una persistente confusione che andava e veniva. Dentro di me avrei potuto saperlo, ma io mi sforzavo di negarlo, mentre loro non lo volevano ammettere. Per tanto tempo non sono stata in grado di fare due più due. Aggiungi che la confusione ha offuscato la mia capacità di pensare e, in effetti, ha offuscato la mia memoria nei confronti della stessa TEC.
Ora mi rendo conto che la TEC è stata gravemente invalidante per me. Prima di subirla avevo un impiego, ma l'avevo lasciato a causa delle condizioni di lavoro inique. A quel tempo, altri lavoratori si erano licenziati. Ero scoraggiata e mi sono presa una pausa. Ora so che il motivo della TEC non era la presunta gravità della mia depressione. Ero depressa, è vero, ma la gravità non era la depressione, ma la "sindrome da porta girevole".

Credo che stessero proprio cercando di trattare questa sindrome. L'elettroshock non cura la sindrome da porta girevole, ma alla lunga "uccide" la volontà del paziente. Non volevano avermi più fra i piedi. Quasi tutti i pazienti che hanno subito elettroshock non sono mai stati recuperati, o gli effetti li hanno gravemente danneggiati e la riabilitazione è stata molto più lunga di quanto chiunque voglia ammettere.
Come descriveresti l'esperienza di aver subito la TEC?

Penso che ogni paziente abbia un ricordo differente della cosa. Io ricordo molti dettagli. Se leggi i miei documenti, puoi vedere che ricordo le parole dell'anestesista, i colori del tappeto in sala d'attesa, le parole dell'infermiera dopo, il succo d'arancia, l'essere riportata in reparto. Ricordo anche il lavaggio del gel dai miei capelli.
 
Come ti sentivi fisicamente dopo una seduta di TEC?

Un terribile mal di testa. Dopo le prime, il mal di testa si manifestava sempre. Ricordo che mi facevano ingoiare due Tylenol con un piccolo cucchiaio di acqua appena prima dell'elettroshock per prevenire il mal di testa. Mi ricordo che ha aiutato. Ricordo anche che avevo una gran sete, dato che non avevo potuto bere dalla mezzanotte precedente. Spesso erano così in ritardo che mi toccava aspettare per ore, con questa sensazione di gran sete.
 
Senza saperlo, soffrivo di diabete insipido (DI) causato dal carbonato di litio: significa che ho bisogno di bere acqua in continuazione, molto di più rispetto alla media. In seguito mi sono concentrata intensamente sul "premio" dei liquidi, perché da metà mattina la sete era insopportabile. Mi privavano anche del cibo, per via dell'anestesia, ma questo non mi disturbava affatto. Un paio di volte ho anche sentito nausea e una volta ho avuto i conati di vomito per l'anestesia. Una volta mi sono involontariamente bagnata durante la scossa. A quanto pare questo è comune. Non ricordo che dopo dicessi granché. Chiedevo che mi rimettessero gli occhiali, per poter vedere. Era come svegliarsi dopo un intervento chirurgico. Non volevano che mi alzassi o facessi qualsiasi cosa.
 
Hai dato il consenso a ricevere la TEC?

Bella domanda! Il mio primo elettroshock l'ho subito alla fine del 1995, nel tardo autunno. Ho avuto solo quattro "trattamenti", un giorno dopo l'altro e poi sono stata dimessa. All'inizio, quando me l'hanno proposto, mi sono opposta. Poi mi hanno mostrato il video e ho acconsentito. Dopo il primo "trattamento" mi son sentita sollevata. Guardando indietro, senza dubbio mi sentivo in quel modo dall'anestesia, o forse perché mi avevano sospeso un paio dei miei soliti farmaci. Mi ricordo di essermi sentita immediatamente sollevata, quasi euforica. La causa - credevo - è l'elettroshock. Ho pensato: "Wow, sono incredibili, chiunque dovrebbe riceverne!" Pensavo di avere finito, ma mi hanno detto che per stabilizzarmi ne servivano altri. Dopo un paio di settimane, ovviamente, mi sono sentita di nuovo come prima, perché il miglioramento e l'euforia non erano causati dalla TEC.
 
La primavera successiva ho chiesto di fare altre TEC. Il dottore non voleva, ma alla fine ha accettato. Volevo risperimentare "lo sballo". Ho pensato che sarebbe successo di nuovo e che questa fosse una grande cura. A questo punto, però, il "consenso" è incerto poiché dopo sono diventata confusa, non ero più in grado di dire coerentemente "Io sono d'accordo per continuare" o "per favore interrompiamo". A volte riuscivo a malapena a mettere insieme una frase. Era facile costringermi a fare qualsiasi cosa. Dicono di non firmare documenti importanti dopo la TEC, così come si può dare il consenso a ulteriori elettroshock dopo o durante questi "trattamenti" invalidanti?
 
Se tu avessi la possibilità di parlare di fronte all'American Psychiatric Association, quale sarebbe il tuo messaggio?

Mi piacerebbe parlare con loro, se mi volessero. Sto studiando come migliorare la mia presentazione orale e parlare in pubblico. Mi è sempre piaciuto esibirmi in pubblico, o come musicista di successo, o forse anche prima, quando da bambina ho recitato in commedie. Mi piace leggere i miei scritti ad alta voce per il pubblico e ho studiato come cabarettista.
 
In realtà, quegli psichiatri potrebbero imparare qualche lezione da giornalisti come te, Colin Taufer. Come ho detto all'inizio, le loro domande riflettono raramente intelligenza o comprensione. Tutti gli esseri umani adulti all'inizio hanno dei preconcetti. E' inevitabile. Gli psichiatri, però, sono così pieni di pregiudizi pesanti da impedirgli di valutare correttamente qualcuno. Gli viene consegnato un paziente e sentenziano, "Questo è schizofrenico", o qualsiasi altra cosa, e da allora in poi, lo psichiatra vede psicosi, non importa quello che dice il malcapitato. Il paziente potrebbe agire normalmente, ma lo psichiatra direbbe che il paziente sta "fingendo normalità momentaneamente per evitare il ricovero in ospedale." Non puoi uscirne: è stato progettato per essere una crudele arma a doppio taglio, che intrappola chiunque ritengano scomodo o piantagrane. L'unico modo in cui ho potuto ottenere un miglioramento è stato lo smettere di vederli del tutto, e farcela da sola. Lasciare il sistema è stata la risposta, e poi non ho sofferto come prima. Non solo, non ci vuole una gran scienza per capire come risolvere la maggior parte dei problemi, anche quelli difficili. Avrei voluto sapere tutto questo molto prima.
 
Colin Taufer
Fonte: L'editoriale di Colin
Articolo originale: http://www.psychsearch.net/colinscolumn2/
https://www.ccdu.org/comunicati/elettroshock-racconto
https://www.psychsearch.net/colinscolumn08/


Nori De' Nobili, la geniale pittrice
che era considerata malata di mente

Lunedì 26 Marzo 2018 di Elisabetta Marsigli






























È facile essere artisti oggi: comportamenti stravaganti, anche se in bilico su baratri oscuri, fanno parte di quell’idea che in molti si sono fatti di coloro che amano dipingere, scrivere poesie e racconti, o dominare i palcoscenici. Nel 1930 le cose erano ben diverse, soprattutto per le donne: Eleonora, detta Nori, de’ Nobili subì forti pregiudizi sessisti e le varie difficoltà della vita la portarono ad una malattia nervosa che si accentuò con la morte di uno dei fratelli, a cui era particolarmente affezionata. Fu rinchiusa in manicomio a soli 33 anni, dove produsse più di mille opere e dove morì a 66 anni.



La vita

Nori de’ Nobili nacque a Pesaro nel 1902 da una famiglia aristocratica e fu la maggiore di quattro figli. Trascorse una fanciullezza borghese, tra Pesaro e Brugnetto, frazione del comune di Ripe, nell’elegante villa settecentesca detta delle “cento finestre”. Amava studiare e aveva una particolare predisposizione per il disegno: il suo insegnante, il pittore Giusto Cespi, fu il primo a riconoscerne il talento. Nori avrebbe preferito proseguire gli studi, ma, all’epoca, era un “vezzo” concesso solo ai rampolli maschi dell’aristocrazia. Dopo due anni passati a Roma con il padre, dove, in collegio, si dedicò allo studio delle lingue straniere e al perfezionamento dell’arte del disegno, nel 1924 seguì la famiglia a Firenze, città ideale per una mente così aperta e creativa. Con Ludovico Tommasi, esponente di spicco della scuola dei Macchiaioli, oltre che seguace di Silvestro Lega, allargò i suoi orizzonti artistici, ma non solo: frequentando il Caffè delle Giubbe Rosse, punto di incontro di artisti e letterati, approfondì anche la sua formazione letteraria avvicinandosi ai fondatori del movimento Novecento e al gruppo di Strapaese facente capo ad Ottone Rosai e Mino Maccari. Il rapporto contrastato con l’influente critico d’arte Aniceto Del Massa, fu un vero “delirio passionale” vissuto tra pubblico e privato, ma permise a Nori di partecipare alla IV Mostra regionale d’arte toscana nella primavera del 1930. Solo con il fratello Alberto riuscì ad instaurare un rapporto profondo: era l’unico della famiglia che riconoscesse la sua sensibilità e la sua arte e riuscì perfino, in seguito, a dissuaderla da un tentativo di suicidio. Ben presto, infatti, nacquero dissapori con il resto dei famigliari, soprattutto con la madre e la sorella minore: nonostante Nori fosse ben inserita nella vita intellettuale dell’epoca, la ostacolarono in ogni modo, fino a costringerla al primo ricovero in clinica, a Bologna.



La sua arte si trasforma

Iniziò così il suo peregrinare da una clinica all’altra. Il distacco dalla società si fa sentire e Nori perde ogni interesse, rifugiandosi nella pittura che, inevitabilmente, riflette il suo cambiamento: se prima era silenziosa e sognante, ora assume tratti decisi e toni espressionistici. Nel 1933, la morte prematura del fratello Alberto, le provoca un crollo psichico e, qualche anno più tardi, la famiglia ne decreta l’internamento a vita. Nel 1937, a soli 33 anni, Nori viene rinchiusa a Villa Igea di Modena. Negli anni di manicomio, la sua creatività si esprime attraverso la poesia e la pittura. Scrive, in inglese e in francese, un diario interiore, senza date, continuo e senza tempo. «Non è più dentro di me l’anima, ma in settecento pagine è passata. Ormai nel libro essa è tutta inserrata. Io non sono più io. È il libro Nori. Io non sono più Nori. Il colore dell’esser mio dalle pagine è passato». Dipinge su ogni superficie, coperchi di scatole, copertine, tele, carta, lastre mediche. Nella serie delle bambole, si ritrae in abiti maschili ed esegue molti autoritratti, cambiandosi spesso l’aspetto, ma tende a non mostrare quasi mai il suo volto: spesso è nascosta da ventagli o maschere, quasi spettatrice del mondo che la circonda. I suoi sono scritti e quadri senza tempo, come se, alla fine, fosse riuscita a trovare in sé la liberazione dalle costrizioni che la società le impose.



Il riscatto di un’esistenza

Oggi la sua città ha riscattato la sua esistenza e la sua opera: il Museo Nori De’Nobili, importante spazio culturale e artistico, Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee, è stato inaugurato il 7 ottobre 2012, al centro della Municipalità di Ripe, nel Villino Romualdo. Sono presenti 70 dipinti, che ripercorrono tutta la sua contrastata esistenza. Il Museo, uno dei pochissimi al mondo dedicato interamente ad una figura femminile, è anche sede dell’archivio storico di Nori, che conta oltre millequattrocento opere.



2018 29 NOVEMBRE Nori de’ Nobili, l’Alda Merini della pittura italiana


Chiara GiacobelliScrittrice e giornalista





















Modena, 2 giugno 1968 – Giaceva su quella traballante e scomoda seggiola di legno da ore. Davanti ai suoi occhi stanchi, contornati di ombre nere rigonfie sotto le palpebre, si stagliava una tela anch'essa scura, lugubre, inquietante: era uno delle migliaia di autoritratti che in quegli anni di reclusione aveva dipinto, ma stavolta c'era qualcosa di diverso, come se il quadro stesso presagisse che il suo destino non era quello di venir concluso, bensì di restare nei secoli a testimonianza degli ultimi momenti, degli ultimi pensieri; una lettera di addio angosciante e cupa.
Nori depose il pennello e incrociò le mani sul grembo. Avrebbe voluto alzarsi per andare a cercare il morbido gatto che di quel manicomio aveva fatto la sua casa, come d'altronde numerosi altri individui senza senno e senza futuro. Tuttavia, le forze le venivano meno: la malattia l'aveva invasa al pari di una foresta di alberi fitti e bui, non lasciandole nulla ad eccezione della sua arte. Alzò lievemente la testa indolenzita e guardò fuori dalle finestre minute: le colline splendevano sotto i raggi del sole, gli uccellini cinguettavano, l'estate sbocciava. Il suo pensiero tornò ai giorni felici dell'infanzia.
Nori de' Nobili era nata nel 1902 in una famiglia che teneva alto il suo cognome, prima figlia di un uomo d'armi e di una gentildonna; le fecero seguito la sorella Bice e l'amato fratello Alberto. Sebbene la sua educazione fosse imperniata sullo studio della musica, della poesia e della pittura, su un'ampia cultura accademica e su insegnamenti artistici di prim'ordine, la realtà era che da lei ci si aspettava soltanto un buon matrimonio, come si addiceva alle abbienti fanciulle dell'epoca; in verità, quindi, nessuno diede mai un elevato valore al talento che Nori dimostrò di possedere sin da giovanissima.
Eppure, le immagini che ora le scorrevano nella mente una dopo l'altra, come un film che in breve ripercorreva la sua esistenza travagliata ma piena, erano istantanee intrise di gioia. Così, eccola di nuovo bambina, quando giocava a nascondino tra i corridoi della grande, immensa Villa Centofinestre, uno degli edifici storici più autorevoli e celebri nell'entroterra senigalliese.
Pesarese di origini, ben presto fece di quel colosso sulle colline verdi delle Marche la sua tana e il suo rifugio dal mondo, mentre la vicina frazione di Ripe, con l'antico castello aggraziato e la piazzetta grondante di vita, era spesso meta delle passeggiate con la famiglia, o più tardi da sola.
I suoi occhi attenti catturavano odori, colori, forme, il dolce ondulare del paesaggio, le spianate dei campi di grano, i merli perfettamente intatti del vecchio nucleo urbano, soffermandosi talvolta sull'espressione intenta della sorella mentre suonava un mandolino, oppure sul profilo sognante di un fratello che moltissimo sentiva di amare e a cui confidava ogni cruccio o aspirazione. Furono anni lieti, quelli di Ripe e della Villa Centofinestre, come pure lo fu il periodo della gioventù, età in cui si trasferì con la famiglia a Firenze per inseguire il segreto desiderio di divenire, un giorno, un'apprezzata pittrice.
Ancora ferma, dritta nella schiena e sofferente nell'animo, Nori fissava la tela davanti a sé, ma vedeva tutt'altro. Adesso erano le serate accalorate nella bella Firenze che gorgogliava d'arte e misteri a impossessarsi dei suoi ricordi: insieme a lei, in quella stanza dentro una casa di cura modenese, ecco apparire il grande pittore Giusto Cespi che la iniziò alle tecniche della rappresentazione, Ludovico Tommasi - tra i massimi esponenti dei Macchiaioli – e persino il critico Aniceto del Massa.
Uomini che l'avevano amata, ascoltata, aiutata a farsi strada in un ambiente ancora prettamente maschile, dove la passione per il disegno si intrecciava alle fantasie sensuali, in un'esplosione di stimoli, emozioni, speranze culminate con la sua partecipazione nel 1930 alla IV Mostra Regionale Toscana. Era così che sarebbe dovuta andare: quello era il futuro che aveva intravisto per sé, lo aveva persino sfiorato e di certo voluto con tutta se stessa. Invece, da un giorno all'altro ogni cosa cambiò, perché il fato, si sa, fa il suo corso incurante delle ambizioni umane; e se decide di piegarti per sempre, non esiste maniera di fermarlo.
Alberto se ne andò all'improvviso, in un giorno dal cielo ricoperto di nuvole ingorde e raffiche gelide. La morte era sopraggiunta in un battibaleno, portandoselo via nel giro di pochi tramonti, sotto il sudore della febbre e le piaghe della malattia. Nori la vide fare e disfare impotente, incapace di arrestare quel cumulo di dolore che d'un tratto invase la sua famiglia e il suo intero essere, già sfibrato da una sensibilità troppo spiccata, da una vena artistica il cui prezzo costava caro e da una prigionia dorata che la voleva donna come sarebbe dovuta essere, non già come lei immaginava di diventare.
"Pallida fronte sotto scura chioma, occhi incavati in espression febbrile, torbido sguardo contro il mondo vile, tragica donna, che non fu mai doma. Pallida paloma."
I poveri nervi provati della promettente pittrice cedettero, spezzandosi come un ramo e trascinandosi dietro tutto quanto vi era attaccato: amori, illusioni, fantasie, progetti e batticuori vennero spazzati via, costringendo i genitori a trasferirla presso la casa di cura Villa Igea di Modena; per i tempi che correvano si trattava di una struttura prestigiosa e all'avanguardia, con un trattamento speciale riservato a lei soltanto. Nonostante ciò, era pur sempre un manicomio della prima metà del Novecento; una gabbia dalla quale non uscì mai più, se non da morta.
In quei lunghi anni di solitudine e reclusione, Nori de' Nobili produsse migliaia di opere, scandagliando le più oscure sfaccettature di se stessa attraverso l'uso di generi quanto mai differenti: dall'influenza netta dei Macchiaioli all'Espressionismo, da soggetti di estremo realismo ad altri di stile astratto, dando sempre la priorità ai colori, alle forme, alle emozioni.
Se i lavori di gioventù vedono un particolare interesse per i paesaggi ai quali era legata e per gli affetti familiari, o per le scene di vita quotidiana durante la parentesi fiorentina, dall'età di 35 anni – quando cioè il suo spazio di movimento si ridusse alle spoglie mura dell'ospedale psichiatrico – la sua attenzione si concentrò principalmente sull'autoritratto, attraverso il quale Nori scappava con la fantasia dal luogo terreno in cui si trovava per volare verso altri lidi e altre sé. Iniziarono pertanto a comparire con più frequenza i temi della maschera, dei clown, del diverso, del travestimento e della bambola: infinite Nori per un'anima sola senza tregua.
Dopo la scomparsa dell'artista dai mille volti, le circa 1.400 opere da lei realizzate passarono nelle mani di Bice, che alla sua morte le regalò ai Comuni di Corinaldo e Trecastelli. Nel 2005 si è svolta una prima importante mostra a Bruxelles, mentre nel 2012 è stato inaugurato il Museo Nori de' Nobili presso la località Ripe, dove attualmente sono esposti al pubblico una settantina di pezzi, oltre a volumi e biografie.
Nonostante Nori fosse anche un'eccelsa pianista e amasse scrivere, dipingere fu sempre la sua principale passione: per questo si è preferito lasciar parlare proprio la pittura nel percorso museale, quasi fosse un lungo diario per immagini. In più, di recente la struttura è diventata un importante "Centro studi sulla donna nelle arti visive contemporanee", con la promozione di mostre rivolte ad altre artiste, esposizioni contenenti lavori inediti firmati da Nori, attività di studio, incontri, approfondimenti, laboratori ecc.
Non tutta la collezione si trova però a Ripe, poiché una piccola ma non meno preziosa parte delle sue creazioni è conservata presso la Pinacoteca Civica Claudio Ridolfi a Corinaldo. Infine, pochi anni fa l'arte eclettica e meravigliosa di Nori ha raggiunto Milano, grazie a una mostra presso la Casa delle Arti – Museo Alda Merini, gemellato con quello di Trecastelli. Un evento, quest'ultimo, che non è per nulla un caso, di fronte all'evidente somiglianza di espressione e di sentire tra due donne che mai del tutto furono comprese, nella propria incredibile genialità e incontrollabile emotività.
Liberamente ispirato alla vita di Nori de' Nobili




In memoria di Adami L. dal manicomio di Rovigo

febbraio 28, 2018

Petizione per una lapide in memoria di Adami Lavinia, socialista di Badia Polesine dei primi del ‘900, poi antifascista, internata (madre di una bimba di 11 anni) nel Manicomio Provinciale di Rovigo nel 1937 (dove era conosciuta come “l’amica di Matteotti”) e lì morta dopo 40 anni. Le sue spoglie giacciono dimenticate in un ossario comune a Roverdicrè. 






A sostegno di questa petizione si raccolgono firme da inviare ai Sindaci di Rovigo e Badia Polesine, per adesioni scrivere a: red.biancoenero@teletu.it
CONTINUA LA RACCOLTA FIRME
Nel frattempo, visto che i Sindaci di Rovigo e di Badia Polesine neanche si degnano di rispondere ad una petizione inoltrata l’8 marzo 2018, si estende la raccolta di firme per un successivo “Memento homo (quia pulvis es, et in pulverem reverteris)” ai sunnominati indecorosi Sindaci a cui si aggiungeranno le nuove adesioni.

Donne dal Primo Manicomio
Dalla conferenza illustrata e drammatizzata di sabato scorso al Csv di Rovigo, “Donne dal Primo manicomio di Rovigo”, organizzata da Biancoenero, è nata questa petizione da firmare per dare testimonianza e memoria ad Adami Lavinia, socialista e antifascista, internata e morta in Manicomio, dimenticata dalla storia e dalla memoria sociale perché anche i suoi resti sono stati sparsi anonimi in un ossario comune.
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LA PETIZIONE – IN VISTA DELL’8 DI MARZO
8 di marzo anche per le “donne da manicomio”
Con questa petizione si intende chiedere alle autorità competenti, al Comune di Rovigo (di residenza manicomiale) e di Badia Polesine (di nascita e di vita fino all’internamento), di affiggere una lapide, o un cippo sepolcrale, in cimitero, ad Adami Lavinia, a sua memoria e testimonianza.
Scriveva Gian Battista Vico che la società diventa civile quando si ufficializza la famiglia (con il matrimonio) e si onorano i morti: una firma, nome e cognome, alla petizione Biancoenero, perché anche Adami Lavinia veda riconosciuto il proprio nome e cognome e ne siano onorate le spoglie.
E magari una targa anche nel Manicomio di Rovigo!


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Al Sindaco del Comune di Rovigo
Al Sindaco del Comune di Badia Polesine
OGGETTO: LAPIDE CIMITERIALE IN MEMORIA DI ADAMI LAVINIA
Petizione, in ricorrenza dell’8 di marzo, per onorare una socialista dei primi anni del ‘900, segregata in manicomio, dimenticata dalla storia, con le spoglie anonime disperse in una fossa comune.
IN MEMORIA DI ADAMI LAVINIA
Adami Lavinia, socialista di Badia Polesine dei primi anni del ‘900, poi antifascista (segnalata al Casellario Politico Centrale dal 1933), internata (madre di una bimba di 11 anni) nel Manicomio Provinciale di Rovigo nel 1937 (dove era conosciuta come “l’amica di Matteotti”) e lì morta dopo 40 anni. Le sue spoglie, esumate nel 2012 dal cimitero di Granzette, giacciono dimenticate in un ossario comune a Roverdicrè.
ADAMI LAVINIA – biografia minimaAdami Lavinia Assunta, nasce a Badia Polesine il 19-8-1892, figlia di Giovanni e Carolina Galletto. Una di sei fratelli, frequenta fino alla III tecnica ottenendone la licenza e trovando poi occupazione di scrittura e contabilità in ditte locali. Nel 1910, anche per le sue idee politiche, Lavinia si stacca dalla famiglia e dai fratelli. In seguito al periodo degli scioperi del 1919, accusata di provocazioni e di sobillazioni di carattere marxista, viene allontanata dal lavoro e non riuscirà più a trovare un posto fisso. Nel 1927, da nubile, partorisce una bambina, Arga, all’Osp. Civile di Badia Polesine. Dal 1933, ed annualmente, sono registrati i suoi dati di attività politica nel Casellario Politico Centrale, un’anagrafe degli antifascisti, persone considerate pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica, dove Adami Lavinia, di colore politico “socialista”, viene “considerata pericolosa”.
La vita “civile” di Adami Lavinia termina il 14-4-1937, quando su Certificato Medico del Direttore dell’Ospedale Civile di Badia Polesine, viene internata nel manicomio Provinciale di Rovigo perché ritenuta “pericolosa a se stessa ed agli altri”. In Manicomio conduce anche battaglie «protestatarie», secondo i medici, e viene sottoposta a insulinoterapia ma anche a contenzione con corpetto e nastri. Dopo i primi anni di una fitta corrispondenza con la figlia e la Superiora dell’orfanotrofio di Badia dove la bimba è ospite, ma anche “protestatarie” verso le autorità ed il Direttore, anche con la concomitanza dei terribili anni 1943-45 del Manicomio di Rovigo, nei quali vengono attuate una serie di pesanti restrizioni di custodia e la mortalità che sale al 13% rispetto al 7% di prima della guerra, viene poco a poco assuefatta al “regime” manicomiale e vi trascorre poi abbastanza tranquilla gli anni.
In manicomio viene conosciuta come “Adami, l’amica di Matteotti” e descritta come una donna distinta e in gamba, che parla con la erre arrotata – alla francese e che fuma spesso. Muore il 29/9/1976 e viene sepolta al cimitero di Granzette. Le sue spoglie, esumate nel 2012, giacciono dimenticate in un ossario comune a Roverdicrè.
LA CIVILTÀ NASCE QUANDO SI COMINCIANO A ONORARE I MORTI
G.B. Vico, scriveva, nel ‘700, che lo stato di civiltà – l’uscita dallo stato di ferinità, avviene quando nasce la religione, si ufficializza la famiglia con il matrimonio e si cominciano a onorare i morti – “segno della fede nell’immortalità dell’anima che distingue l’uomo dalle bestie”.
Occorre ripristinare, anche nel caso di una antifascista internata in manicomio, lo stato di civiltà che contraddistingue l’uomo dalla bestia e dare onore e nome alle sue spoglie.
UNA LAPIDE, UNA TARGA
Con questa petizione si chiede al Sindaco del Comune di Rovigo (dove Adami Lavinia trova residenza manicomiale dal 1940) ed al Sindaco di Badia Polesine (dove è nata, nel 1892, ed ha vissuto fino al 1937), di apporre una lapide presso il cimitero comunale, a dare memoria a questo personaggio della emancipazione femminile dei primi anni del ‘900.



ADESIONI
La petizione, che è stata lanciata da appena pochi giorni e le adesioni sono in numero esiguo – ma ancorché significative della società civile del Polesine, viene presentata, anticipatamente, in occasione dell’8 di marzo, giornata di “liberazione” della donna, perché venga fatta giustizia alla memoria, al diritto di identità (nome e cognome) di Adami Lavinia.
Tommaso Moretto, Peliello Maria, Duilio Zanella, Marco Silvestrini, Francesco Verza, Maria Angela Zerbinati, Luisa Contini, Alice Brundu, Matteo Masin, Alessandro Tozzi, Paolo Biasin, Maria Fant, Roberto Costa, Spartaco Ferrarese, Giorgia Baracco, Renza Pezzoli, Fabriano Ferlin, Irene Ferlin, Manuel Berengan, Emanuele Bellato, Steffenel Lara, Remo Agnoletto, Roberta Reali, Valentina Dovigo, Donata Tamburin, Marco Munaro, Beppe d’Alba.
Rovigo, 8 marzo 2018,
per l’associazione Biancoenero, Maria Angela Zerbinati
COME E’ ANDATA A FINIRE
In data 8 giugno, a tre mesi dalla richiesta, nessuna risposta è pervenuta ad una richiesta firmata da decine di persone, in spregio alle norme di cortesia, ma anche in spregio alle norme sulla trasparenza pubblica che vorrebbero una risposta entro 30 giorni. Mah, si vede che Massimo Bergamin e Giovanni Rossi, Primi cittadini di Rovigo e di Badia Polesine, non sono bene informati…


https://redbiancoenero.wordpress.com/2018/02/28/in-memoria-di-adami-lavinia-dal-manicomio-di-rovigo/










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DALLO «SPEDALE DE’ PAZZERELLI» ALLA CHIUSURA DELL’OSPEDALE PSICHIATRICO DI TORINO DAVID COOPER, IL PRIMO ANTIPSICHIATRA BASAGLIA FRANCO, COLLEGNO, COOPER DAVID, CROSIGNANI ANNIBALE, DONNA, FREUD SIGMUND, L, LUCIANO GIUSEPPE, MANICOMIO, PAZIENTE, PSICHIATRIA, SANITÀ, STORIA DI UN MANICOMIO ITALIANO, TAG, VILLA CRISTINA, TAG LETTERATURA POESIA CINEMA MUSICA AUTORI AUTORI, CINEMA, LETTERATURA, MUSICA, POESIA, TAG, 2020 1 GENNAIO VIRGINIA WOOLF LA CAMERA DI JACOB (1922) ‘UNA STANZA TUTTA PER SÉ’: IL “FEMMINISMO” DI VIRGINIA WOOLF ARTE, CULTURA, DONNA, GIRTON, JAMES JOYCE, LA CAMERA DI JACOB, LETTERATURA, LONOBILE ELOISE, MOVIMENTO FEMMINISTA, MUSICA, NEWNMAM, ROMANZO, SAPERE, STORIA, TAG, UNA STANZA TUTTA PER SE', WOLF VIRGINIA, HERMANN  HESSE,LETTERATURA,ROMANZO,POESIA,VIAGGIO,TAG,MUSICA,TEATRO,DEMIAN,PITTURA,FORESTA NERA,MONTAGNOLA,THOMAS MANN,ESTONIA,GUNDERT MARIA,GUNDERT HERMANN,JOHANNES HESSE,BASILEA,STOCCARDA,MAULBRONN,SVIZZERA,CHRISTOPH BLUMHARDT, CALW, ESSLINGEN,ZELLER WINNENTHAL,HEINRICH PERROT,HECKENHAUER,TUBINGA,CISTANZA,GAIENHOFEN,INDIA,BERNA, CANTON TICINO,WURTTEMBERG, NINON SUSLANDER,SIDDARTHYA,L'ULTOMA ESTATE DI KLINGSOR,GRANDE GUERRA,NOBEL,GIUOCO DELLE PERLE,SHOPENHAUER,GOETHE, DIVANO ORIENTALE OCCUDENTALE, GOTAMA,CRITICA LETTERARIA,SPIRITUALITÀ,GERTRUD,TONIO KROGER, MIEGEL AGNES,IL VIANDANTE, VIAGGIO IN INDIA HESSE, LETTERATURA, ROMANZO,POESIA,VIAGGIO,TAG,MUSICA,TEATRO,DEMIAN,PITTURA,FORESTA  NERA, MONTAGNOLA, THOMAS MANN, ESTONIA, GUNDERT MARIA, GUNDERT HERMANN,JOHANNES HESSE,BASILEA,STOCCARDA,MAULBRONN,SVIZZERA,CHRISTOPH BLUMHARDT,CALW? 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MARCIAPIEDI,1969, DUSTIN HOFFMAN, JOHN VOIGHT,FILM,ROMANZO,TAG,RACCONTO,LETTERATURA,EVERYBOODY'S TALKIN,FRED NEIL,HENRY NILSSON,JOHN SCLESINGER,AMERICA,TEXANO,FLORIDA,COWBOY, RATSO RIZZO,MANHATTAN,JAMES LEO HERLIHY BATTAGLIA LETIZIA, BELLUSCONE, BORSELLINO PAOLO, FALCONE GIOVANNI, FILM, LA MAFIA NON E' PIU' QUELLA DI UNA VOLTA, MARESCO FRANCO, MIRA CICCIO, STRAGE CAPACI, TAG, 2019 15 SETTEMBRE LA MAFIA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA 2019 7 SETTEMBRE SE MATTARELLA E LA MAFIA SCUOTONO VENEZIA - NEL FILM DI MARESCO SI PARLA DEL PRESIDENTE (E DEL PADRE E DEL FRATELLO), DEI MAFIOSETTI DI PALERMO E DEL FATTO CHE IL QUIRINALE NON ABBIA COMMENTATO LA SENTENZA DEL 2018 SUI RAPPORTI TRA STATO E MAFIA. L'ASSENZA DI MARESCO (COME SEMPRE) COSTRINGE ATTRICE E PRODUTTORE A SPIEGARE, E IL QUIRINALE A INVIARE UNA NOTA BATTAGLIA LETIZIA, BELLUSCONE, BORSELLINO PAOLO, FALCONE GIOVANNI, FILM, LA MAFIA NON E' PIU' QUELLA DI UNA VOLTA, MARESCO FRANCO, MIRA CICCIO, STRAGE CAPACI, TAG,STORIA DI UN MANICOMIO ITALIANO,LUCIANO GIUSEPPE,TAG,DONNA,SANITÀ,  COLLEGNO,PSICHIATRIA, PAZIENTE,CROSIGNANI ANNIBALE,VILLA CRISTINA,BASAGLIA FRANCO,FREUD SIGMUND,COOPER DAVID,LAING RONALD,CIRCOLO DEI LETTORI,SCHIAVI SILVANA,ALIENAZIONI  MENTALI,CERTOSA DI COLLEGNO,NEUROPATOLOGIA,NEUROPSICHIATRIA INFANTILE, MOLINETTE,LAZZARIBI GUIDO,MARTINENGO MARIA TERESA,TORINO,OSPEDALE PSICHIATRICO DELLE DONNE  VIA GIULIO TORINO,OSPEDALE PSICHIATRICO FEMMINILE VIA GIULIO TORINO,VILLA ROSA,SAVONERA,OPERA PUA OSPEDALI PSCHIATRICI TORINO,VILLA AZZURRA,ANTIPSICHIATRIA,FREUD SIGMUND,AL DI LA' DEL PRINCIPIO DI PIACERE,PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA,MUSATTI CESARE, CURAR I NEVROTICI CON LA PROPRIA AUTOANALISI,COOPER DAVID,LA GRAMMATICA DEL VIVERE,IL LINGUAGGIO DELLA FOLLIA,LA MORTE DELLA FAMIGLIA,CONTROPSICHIATRIA,ROLANG LAING,THOMAS SASZ, FOUCAULT MICHEL, LONDRA, CITTÀ  DEL CAPO, SUDAFRICA,VILLA 31,SCHIZOFRENIA,PAZZIA,MARCUSE HERBERT,L'UOMO A UNA DIMENSIONE,GILES DELEUZE,CASTEL ROBERT,NORMAN O BROWN,LA VITA CONTRO LA MORTE,HELLER HERICH,LO SPRITO DISEREDATO,BRUNO BETTLHEIM,IL PREZZO DELLA VITA,PAUL WATZLAWICK,LA REALTA' INVENTATA,IL LINGUAGGIO DEL CAMBIAMENTO,IL CODINO DEL BARONE DI MUNCHHAUSEN,MERINI ALDA,LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO,,DUBLIN ALFRED, BERLIN ALEXANDERPLATZ,KAFFKA FRANZO, IL PROCESSO,REDFLIELD JAMES,LA PROFEZIA DI CELESTIMO,SPARKS NICHOLAS, LE PAROLE CHE NON TI HPO DETTO,BAMBAREIN SERGIO, FRATELLO MARE,IL DELFINO,BOLL HEINRICH, RACCONTI UMORISTICI E SATIRICI,FLAUBERT GUSTAV,BOUVARD E PECUCHET,KUNDERA MILAN,LA VITA E' ALTROVE,GIBRAN KAHLIL,IL PROFETA, I SEGRETI DEL CUORE, JEAN BAUDRILLARD, LA SCOMPARSA DELLA REALTA',LA SOCIETA' DEI CONSUMI I SUOI MITI LE SUE STRUTTURE, BARTHES ROLAND,SEMIOLOGIA,ROLLE ENRICO,ALBERONI FRANCESCO,BANANA YOSHIMOTO ,LIBRI SEGNALATI: STORIA DI UN MANICOMIO ITALIANO. DALLO «SPEDALE DE’ PAZZERELLI» ALLA CHIUSURA DELL’OSPEDALE PSICHIATRICO DI TORINO DAVID COOPER, IL PRIMO ANTIPSICHIATRA BASAGLIA FRANCO, COLLEGNO, COOPER DAVID, CROSIGNANI ANNIBALE, DONNA, FREUD SIGMUND, L, LUCIANO GIUSEPPE, MANICOMIO, PAZIENTE, PSICHIATRIA, SANITÀ, STORIA DI UN MANICOMIO ITALIANO, TAG, VILLA CRISTINA, ORWELL GEORGE,LETTERATURA,ROMANZO,FIORIRA' L'ASPIDISTRA, 1984,CATALOGNA,, OCEANIA,EURASIA, ESTASIA,GRANDE FRATELLO,PENSIERO UNICO,WINSTON SMITH,MINISTERO DELLA VERITA',CONTROLLO, PARTITO INTERNO,PARTITO ESTERNO,ASSERVIMENTO,SOCING, JULIA,TELEVISIONE,LA GUERRA E' PACE,LA LIBERTA' E' SCHIAVITU', L'IGNORANZA E' FORZA, PSICOPOLIZIA, NEOLINGUA, PENSIERO, POTERE TOTALITARIO, OMNIPERVASIVITA',ERIC ARTHUR BLAIR, SAGGISTA,LA FATTORIA DEGLI ANIMALI, UNIONE SOVIETICA, STALIN  IOSIF, INDIA, ATEO, HUXLEY ALDOUS,CONMANDALAY,  OMAGGIO ALLA CATALOGNA,  LA STRADA DI VIGAN PIER,  GIORNI IN BIRMANIA, SENZA UN SOLDO A PARIGI E A LONDRA,    BIRMANIA, CYRIL CONNOLLY,  BRONWELL SONIA, RUSSIA, LA FIGLIA DEL REVERENDO,  JURA, BBC,  BARCELLONA, SPAGNA, UNA BOCCATA D'ARIA, EILEEN O’SHAUGHNESSY, ANARCHICO, SCHNITZLER ARTHUR VIENNA SCHUBERT STIFTER GRILLPAZZER VARZER IL CIECO GERONIMO E SUO FRATELLO FRAU BERTA GALAN SIGNORINA ELSA, IL RITORNO DI CASANOVA TRE SORELLE THERESE CASANOVA IN SPA IL RITORNO DI CASANOVA TRE SORELLE THERESE CASANOVA IN SPA, SCHNITZLER ARTHUR VIENNA SCHUBERT STIFTER GRILLPAZZER VARZER IL CIECO GERONIMO E SUO FRATELLO FRAU BERTA GALAN SIGNORINA ELSA, 













ANNALISA, ANTONUCCI GIORGIO, BASAGLIA FRANCO, COLORNO, DEPRESSIONE BRUCIARE IL CERVELLO, DONNA, ELETTROSHOCK, IMOLA, MANICOMIO, MERINI ALDA, OSPEDALE PSICHIATRICO, TAG, TRAVERSO LIA, VIA GIULIO TORINO, Reparto Donne Agitate LIA TRAVERSO Annalisa NORI DE’ NOBILI LAVINIA ADAMI MUSEO LABORATORIO DELLA MENTE Elettroshock: il racconto di chi l’ha subito Nori De' Nobili, la geniale pittrice che era considerata malata di mente 2018 29 NOVEMBRE Nori de’ Nobili, l’Alda Merini della pittura italiana

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