Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”




Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..






“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in superficie “






Pino Ciampolillo


Saturday, April 18, 2020

2020 18 APRILE Palermo. Relazione Commissione Antimafia, politica, mafia e rifiuti: dal caso Cisma allo scioglimento dei comuni 2015 22 SETTEMBRE Dieci anni in commissione rifiuti, arrestato per una discarica illegale La discarica che i lentinesi non vogliono, ma la Regione sì Il ruolo dei dirigenti Gianfranco Cannova e Mauro Verace

Palermo. Relazione Commissione Antimafia, politica, mafia e rifiuti: dal caso Cisma allo scioglimento dei comuni   



Viaggio tra mafia, rifiuti, politica e affari
a cura di Concetto Alota
La gestione del ciclo dei rifiuti in Sicilia rappresenta un terreno di storica interferenza tra interessi privati e pubblica amministrazione. È la sintesi della relazione della Commissione parlamentare Antimafia della Sicilia presieduta da Claudio fava. Il legame eterno tra rifiuti mafia e politica.
Un passo indietro. Nei reati che si commettono nella gestione dell’ambiente “si alimenta costantemente grazie all’azione famelica di imprenditori spregiudicati, amministratori pubblici privi di scrupoli e soggetti politici in cerca di consenso, nonché di broker, anche a vocazione internazionale, in grado di interloquire ad ogni livello”.  Lo scrive la “Direzione investigativa antimafia” nel lungo capitolo su “Mafia & rifiuti” della sua ultima relazione, riferita al primo semestre 2019. “Il crimine ambientale – si legge – è un fenomeno in preoccupante estensione” proprio «perché coinvolge, trasversalmente, interessi diversificati». Le sue conseguenze «interferiscono sull’ambiente e sull’integrità fisica e psichica delle persone, ledendone la qualità della vita, con conseguenti rilevanti costi sociali». Insomma, «la partita in gioco è molto seria” e “riguarda il futuro delle prossime generazioni”.
Nella sua relazione, di ben 172 pagine, la Commissione Antimafia siciliana ha osservato nel monopolio delle discariche private si trova il germe della corruzione.  Ma ci fu realmente contrapposizione fra le due stagioni – termovalorizzatori e discariche – o ci furono segni di continuità, almeno dal punto degli interessi privati rappresentati in entrambe le soluzioni?
Tra il 2008 ed il 2009 sono stati adottati, tra i vari, cinque grandi provvedimenti autorizzativi a favore di gestori privati: – D.R.S. n. 662 del 10 luglio 2008, con il quale veniva rilasciata alla Sicula Trasporti S.r.l. l’A.I.A. per il prolungamento gestionale in località Grotte San Giorgio nel Comune di Catania, per una capacità complessiva di 1.893.000 mc, a fronte del quale veniva poi concessa, in data 23 dicembre 2009, con D.R.S. n. 1350, l’A.I.A. “per l’ampliamento IPPC discarica RSU Grotte San Giorgio – rimodulazione con incremento volumetrico e trattamento RSU sito nel territorio del Comune di Catania”. Con il D.R.S. n. 209 del 12 marzo 2009, inoltre, la Sicula Trasporti aveva ottenuto l’A.I.A. per la realizzazione della discarica di Grotte San Giorgio Ovest (distaccata rispetto al sito autorizzato con D.R.S. n. 662/2008) [4].
– D.R.S. n. 996 del 30 settembre 2008, con il quale veniva rilasciata alla Cisma Ambiente S.p.A., l’A.I.A. per la “realizzazione ed esercizio di un impianto per il trattamento, il ricondizionamento, il recupero ed il deposito sul suolo di rifiuti, ubicato in Contrada Bagali nel territorio del Comune di Melilli (SR)”, a firma dell’architetto Cannova e dell’ingegnere Sansone (provvedimento poi sostituito con D.R.S. n. 1457 del 16 dicembre 2008, sempre a firma dei medesimi soggetti);
– D.R.S. n. 221 del 19 marzo 2009 per la realizzazione del progetto di “ampliamento discarica per rifiuti non pericolosi” da realizzarsi in c.da Valanghe d’Inverno nel territorio del Comune di Motta Sant’Anastasia (CT), gestore Oikos S.p.A.[5], per una capacità di 2.538.575,20 mc, a firma del Dirigente Responsabile del Servizio VIA/VAS ing. Natale Zuccarello;
– D.R.S. n. 1362 del 23 dicembre 2009 per la costituzione della Vasca denominata “V4” della discarica di Siculiana (AG) gestita dalla Catanzaro Costruzioni s.r.l., a firma del Dirigente Responsabile del Servizio VIA/VAS ing. Natale Zuccarello, per una capacità iniziale di mc 2.937.379[6].
– D.R.S. n. 393 del 22 maggio 2009 per l’ampliamento della discarica sita in c.da Zuppà Mazzarrà Sant’Andrea (ME) gestita dal Comune – TirrenoAmbiente S.p.A., a firma del Dirigente Responsabile del Servizio VIA/VAS ing. Natale Zuccarello, per ulteriori 1.720.000 mc.
Parliamo di autorizzazioni – per ampliamenti e per nuovi impianti – per quasi sette milioni di metri cubi. Che valevano oro, se si pensa al costo medio per tonnellata pagato dal pubblico per abbancare nelle discariche private, così come ricordato dal giornalista Fraschilla nel corso della sua audizione.
FRASCHILLA, giornalista. Vengono ampliate per una capacità, comunque di milioni di metri cubi che valgono in termini di fatturato potenziale, se il rifiuto va in quelle discariche, circa 700 milioni di euro!
Autorizzazioni che spesso furono rilasciate, a quanto risulta dagli atti di questa inchiesta e come vedremo nei prossimi capitoli, in assenza di particolari misure di rigore e di prudenza. In altri termini, un lavoro affidato agli uffici preposti, sottratto a qualsivoglia pianificazione, affrancato di fatto dal controllo da parte del vertice politico e amministrativo.
Una modalità di lavoro che genera oggi non pochi interrogativi, soprattutto se letta alla luce delle numerose irregolarità successivamente riscontrate dalla commissione ispettiva voluta dall’assessore Nicolò Marino (con specifico riferimento alle autorizzazioni rilasciate in favore di Oikos, Catanzaro Costruzioni e TirrenoAmbiente) e delle note e gravi vicende giudiziarie che hanno riguardato, a vario titolo, funzionari regionali ed operatori economici privati (dal cosiddetto “caso Cannova” alla vicenda legata all’impianto gestito dalla Cisma).
Non può che destare perplessità – anche alla luce del principio di separazione tra politica e amministrazione che affida pur sempre all’organo politico-amministrativo la funzione di indirizzare e vigilare sull’andamento dell’attività amministrativa – che i provvedimenti di AIA siano stati adottati da dirigenti o semplici funzionari, sia pure muniti di delega di firma, senza che, contestualmente, nelle direttive del Presidente della Regione e dell’Assessore competente siano stati individuati gli obiettivi strategici in termini di sostenibilità ambientale ed efficienza del ciclo dei rifiuti, o nella prassi amministrativa sia stato esercitato il compito di coordinamento e controllo dell’attività dei dirigenti che, in base alla legge regionale n. 10 del 2000, è riservato al direttore del dipartimento o al dirigente generale.
Eppure, ci dicono, spesso bastava “una firmetta”: solo quella. Nel frattempo la Sicilia affogava nei rifiuti ed i conti correnti dei gestori lievitavano.
“Prima ancora che l’ambiente, ad essere inquinato è l’intero sistema di gestione dei rifiuti nella Regione, come confermato anche da importanti indagini giudiziarie per corruzione effettuate dalla procura della Repubblica di Palermo. I fatti di corruzione che si sono consumati in un ufficio cardine nel settore dei rifiuti, ovverosia quello competente al rilascio delle autorizzazioni, sono di tal gravità che da essi si può ragionevolmente presumere una permanente deviazione delle funzioni pubbliche in favore di imprese private operanti nel settore dei rifiuti.
Il quadro di corruttela venuto alla luce è senza ombra di dubbio caratterizzato da estremi di devastante gravità, avendo fatto emergere tutte le patologie di una impropria interazione tra funzionari pubblici e imprese private.
Le indagini segnalate alla Commissione hanno consentito di mettere in luce come in questo settore, connotato da una stratificazione normativa e da un complesso e macchinoso apparato burocratico, le diverse fasi della procedura amministrativa permettono al funzionario infedele di avere gioco facile sia nel rilascio dei provvedimenti che nell’agevolare gli imprenditori anche nell’ordinaria attività di controllo e monitoraggio, da parte della pubblica amministrazione, sulle concrete modalità di gestione delle discariche e dello smaltimento dei rifiuti.”[7]
Nell’autunno 2017 si insedia il governo di Nello Musumeci. Nel gennaio 2018 viene autorizzato uno degli ampliamenti più grandi di discariche in Italia ossia quello relativo all’impianto di contrada San Giorgio, a Lentini (SR), gestito dalla Sicula Trasporti.  Due mesi più tardi, l’8 febbraio 2018, il Consiglio dei Ministri dichiara l’ennesimo stato di emergenza in Sicilia per un periodo di 12 mesi, nominando Musumeci commissario delegato. La causa è sempre la stessa: la maggior parte dei comuni siciliani continua a conferire rifiuti indifferenziati in discarica, con la conseguenza della saturazione delle stesse.
Ritorna – meglio, resta – attuale l’esigenza di un piano rifiuti in Sicilia che guardi oltre il dato emergenziale e sappia disciplinare l’intera filiera del rifiuto. La soluzione ad oggi sembra ancora lontana.
Lapidario ma efficace – in tal senso – il giudizio con cui la Commissione Bratti, già nel 2016, aveva fotografato la situazione in Sicilia:
“Invero tutti i più importanti atti emanati dal 2010 in poi non sono collegati a nessun Piano ma seguono la logica della continua e perdurante emergenza.  In sintesi si può affermare che tutto ciò che riguarda la capacità di smaltimento delle discariche, il trattamento dei rifiuti, la costituzione delle SRR, la raccolta differenziata dei comuni, l’impiantistica a supporto del riciclo e molto altro ancora è regolamentato attraverso provvedimenti di somma urgenza che, di volta in volta, contengono deroghe a diverse norme regionali, leggi nazionali e soprattutto direttive europee. Nella sostanza, negli ultimi anni, si è passati dalle ordinanze del commissario di Governo a quelle del presidente della Regione. Strumenti diversi che hanno portato ad identici risultati[1].

[1] Cfr. Relazione “Commissione Bratti”, p. 12.
  • La discarica di contrada Grotte San Giorgio
La discarica privata di contrada Grotte San Giorgio, a metà tra il Comune di Catania e quello di Lentini (SR), è una delle più grandi e redditizie del Mezzogiorno: lo scrive la stampa, lo confermano i numeri.
La società che la gestisce è la Sicula Trasporti Srl della famiglia Leonardi. L’impianto[1], così come abbiamo avuto modo di anticipare nelle pagine precedenti, ha ottenuto negli anni varie autorizzazioni all’ampliamento, sia per quanto concerne la parte insistente sul territorio catanese[2] che per quello lentinese[3], superando nel frattempo – sebbene in sede di procedura di secondo grado – il vaglio della commissione ispettiva voluta dall’ex assessore Nicolò Marino[4].
Attualmente la discarica di contrada Grotte San Giorgio ha una capacità di abbancamento pari a mc 4.291.511 per un fatturato di circa 90 milioni di euro l’anno. Una condizione alla quale in gran parte ha contribuito la Regione Sicilia, da ultimo con l’A.I.A. n. 37 dello scorso 31 gennaio 2018, provvedimento che – nonostante la eco mediatica suscitata e le cifre in ballo – è stato rapidamente esitato da parte del Dipartimento Acqua e Rifiuti. L’episodio in questione è ben spiegato dal giornalista Antonio Fraschilla in un suo articolo del 19 aprile 2018[5]:
“Il provvedimento porta la firma del dirigente generale del Rifiuti, Salvo Cocina. Lo scorso 31 gennaio, senza clamore, la Regione ha autorizzato uno dei più grandi ampliamenti di discariche in Italia. A chi? Al sito della Sicula Trasporti, tra Lentini e Catania. Un aumento per 1,8 milioni di metri cubi che vale oro: considerando il costo del conferimento, circa 100 euro a tonnellata, si parla di un fatturato stimato in 180 milioni di euro da qui ai prossimi anni… Mentre si parla di differenziata, in assenza di un vero piano rifiuti, non rimane altro che ampliare l’esistente. A partire dalla discarica dei Leonardi.
Non a caso, negli anni della crisi, la loro società ha incrementato costantemente il fatturato: 75 milioni di euro nel 2014, 81 milioni nel 2015, 86 milioni nel 2016. Già il governo Lombardo autorizzò un aumento di cubature che valeva 170 milioni, adesso il governo Musumeci ne autorizza un secondo che garantirà fatturati futuri per 180 milioni…
Chi li conosce li definisce come «imprenditori poco appariscenti». Non ostentano ricchezza, non fanno gli spavaldi e, soprattutto, non si fanno mai vedere a manifestazioni politiche…”
Al pari dei suoi firmatari, probabilmente anche il progetto sarà apparso “poco appariscente”, al punto da essere passato inosservato al vaglio di Gaetano Valastro, direttore del Dipartimento Acqua e Rifiuti dal 28 agosto 2017 al 31 dicembre dello stesso anno, proprio a cavallo tra la presidenza Crocetta e quella Musumeci:
Le versioni fornite da Valastro e Cocina evidenziano una discrasia di non poco conto. Il primo non ha alcuna contezza della pratica perché ancora in fase istruttoria. Il secondo se la ritrova già pronta per la firma. Fatto sta che l’ampliamento viene autorizzato.
Nello stesso tempo, sembra non aver destato particolare attenzione neppur un altro progetto presentato dai Leonardi, concernente questa volta la realizzazione di un impianto di gassificazione, così come raccontato in anteprima dal giornalista Salvo Catalano in un suo pezzo del 18 novembre 2019:
“Lo scorso luglio il privato ha consegnato agli uffici tutta la documentazione richiesta. Adesso la pratica attende di essere sottoposta al Paur, il procedimento autorizzativo unico regionale che unisce in un’unica autorizzazione la V.I.A. (valutazione d’impatto ambientale) e l’A.I.A. (l’autorizzazione integrata ambientale).
«Si tratta di un impianto di termovalorizzazione con gassificazione, il primo presentato in Sicilia – spiega a MeridioNews il direttore generale della ditta Marco Morabito – è stato pensato e progettato per smaltire definitivamente, valorizzare energeticamente una quantità di rifiuti che è pari al 30 per cento dell’intera raccolta della provincia di Catania». Significa che fino a quando la differenziata non arriverà al 70 per cento, il business discarica e quello del termovalorizzatore potrebbero tranquillamente convivere…
La parola spetta dunque alla commissione Via-Vas nominata dall’assessore Toto Cordaro e guidata dal professore Aurelio Angelini, che deve esprimere una valutazione tecnico-giuridica. Al momento la pratica non sarebbe ancora entrata in fase istruttoria.” [6]
A tre mesi dalla notizia, la Commissione ha chiesto lumi sullo stato della pratica all’attuale dirigente generale del Dipartimento Ambiente, Giuseppe Battaglia. Questa la sua risposta:
La circostanza che il dirigente generale del Dipartimento Ambiente non sappia chi siano i Leonardi appare al quanto insolita. Non diversa è stata la risposta fornitaci dall’attuale Assessore per il Territorio e l’Ambiente, onorevole Salvatore Cordaro:
Eppure di motivi per conoscere i Leonardi ve ne sono più d’uno. Non solo perché si tratta di uno dei principali operatori economici del settore rifiuti a livello nazionale e perché la loro discarica soddisfa una porzione assolutamente significativa di comuni siciliani, ma anche perché a settembre 2019 il Prefetto di Catania, dottor Claudio Sammartino, ha disposto un accesso ispettivo antimafia presso le sedi della Sicula Trasport
Le conclusioni della relazione prefettizia successiva all’atto ispettivo non sono ancora note. Tuttavia, la Commissione ha appreso dalla stampa che – nelle more – la Sicula Trasporti srl ha presentato una nuova richiesta di ampliamento per la loro discarica: tre nuove vasche per un totale di 4,5 milioni di metri cubi. La notizia è raccontata da Antonio Fraschilla in un suo articolo dello scorso 5 marzo 2020:
“Adesso la Sicula Trasporti chiede di realizzare tre nuove vasche per un totale di 4,5 milioni di metri cubi (che valgono circa 450 milioni di euro di fatturato lordo stimato) e ha presentato richiesta di Valutazione ambientale con urgenza perché, secondo i calcoli dei tecnici dell’azienda, tra 24 mesi la discarica sarà chiusa considerando il conferimento attuale di circa 58 mila tonnellate al mese (700 mila tonnellate all’anno). Con questo mega ampliamento, la discarica avrebbe quindi una vita di altri sei anni. Vita garantita dai bassi livelli di raccolta differenziata nei grandi centri della Sicilia, dai capoluoghi di provincia fino alle Città metropolitane di Palermo, Catania e Messina.
Negli uffici dei dipartimenti Ambiente ed Acque e rifiuti da tempo si parla di questa pratica, che potrebbe avere un’accelerazione dovuta alla solita emergenza rifiuti della Sicilia: se chiude la Sicula Trasporti il sistema di conferimento dei rifiuti nell’Isola collassa, in assenza di impianti alternativi e di un vero aumento della differenziata”. [7]
Nel frattanto, e ciò lo apprendiamo sempre dal citato articolo di Fraschilla, il Comune di Lentini ha espresso parere contrario alla richiesta di ampliamento della discarica. Ed è proprio al rapporto tra l’amministrazione lentinese ed i Leonardi che questa Commissione ha voluto dedicare uno specifico approfondimento
Da una parte, dunque, la diffida ad ottemperare con i pagamenti. Dall’altra, una convenzione per una tariffa agevolata fra la Sicula Trasporti e il comune di Lentini che – dice il sindaco Bosco – non è stata rispettata
La convenzione del 2009 comincia ad essere rispettata nei primi mesi e poi non ne abbiamo più traccia… Dal 2009 al 2016 noi dovevamo beneficiare di una tariffa agevolata. Con un conto fatto a occhio da 400 mila euro l’anno per 7 anni, dovevamo risparmiare 2 milioni e 800 mila euro. Invece le nostre fatture, le fatture del Comune di Lentini, sono state sempre pagate per intero fino al 2014 quando non furono pagate più fatture…
Una convenzione, a quanto si dice, mai rispettata. Di ciò abbiamo chiesto spiegazioni all’ex sindaco, dottor Alfio Mangiameli, alla guida del Comuni di Lentini dal 2006 al 2016:
Rifiuti, un affare d’oro. Ma non per tutti.

[1] Per una puntuale ricostruzione storica delle vicende che hanno riguardato la discarica di contrada Grotte San Giorgio, cfr. Relazione “Commissione Bratti”, pp. 322-323.
[2] Cfr. Cap III, paragrafo 2 della presente relazione.

[3] Il D.D.G. n. 697 del 27 novembre 2011 che ha autorizzato la realizzazione della discarica nel territorio del Comune di Lentini in contrada  Grotte San Giorgio, per una volumetria pari a circa 500.000 mc; il D.D.G. n. 649 del 20 novembre 2012 che ha autorizzato il progetto per la realizzazione e l’esercizio di una discarica per rifiuti non pericolosi ubicata in c.da Grotte San Giorgio del Comune di Lentini (ex impianto a servizio del sistema Augusta), a servizio della piattaforma per il trattamento dei RSU in contrada Volpe del Comune di Catania (gestito dalla Sicula Trasporti) per una volumetria pari a circa 1.914.563 mc; il D.D.G. n. 37 del 31 gennaio 2018 che ha autorizzato “il progetto di ampliamento della discarica per rifiuti non pericolosi ubicata in C.da Grotte San Giorgio nei comuni di Lentini (SR) e Catania” per una volumetria pari a circa 1.876.948 mc.
[4] I rilievi della commissione ispettiva hanno riguardato soprattutto il D.D.G. n. 649 del 20.11.2012 relativo all’A.I.A. per il progetto per la realizzazione e la gestione della sopra citata discarica ricadente nell’ex impianto a servizio del “sistema Augusta” (a tal proposito, è stato evidenziato come detto sistema – e, quindi, anche l’impianto di contrada Grotte San Giorgio – fosse stato inserito a pieno titolo nel cosiddetto “Sistema termovalorizzatori” in quanto espressamente indicato nel progetto presentato da uno dei quattro raggruppamenti, la Tifeo Energia Ambiente s.p.a.). La relazione conclusiva della commissione ispettiva, datata 13 ottobre 2014, allegando una serie di criticità rilevate, appurava che tale autorizzazione non possedeva le caratteristiche di conformità legislativa né conseguenzialmente permetteva l’effettuazione di controlli efficaci sulle attività di gestione rifiuti autorizzate. A fronte di tale verdetto, il Dipartimento Acqua e Rifiuti avviava in autotutela una procedura di secondo grado per il riesame dei provvedimenti. Detto procedimento veniva definitivamente archiviato con D.D.G. n. 606 del 17 maggio 2017.
R_Dipartimentodellacquaedeirifiuti/PIR_Infoedocumenti/PIR_PubblicazioneDecretiart68LR12082014n21/PIR_
Decretiart68LR212014pubblicatianno2017/PIR_PubblicazioneDecretiMaggio2017/PIR_DecretidelDirigenteGen
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%20%20Sicula%20Trasporti%20srl%20-.pdf
[7] Cfr. La Repubblica del 5 marzo 2020, “Pronto il progetto per ampliare la maxi-discarica”.
La discarica CISMA di Melilli
“Tra i processi autorizzativi più discutibili – è scritto nella relazione – al punto da determinare gravi e significative conseguenze penali a carico dei protagonisti, va citato quello che riguarda la discarica CISMA, di proprietà della famiglia Paratore, in territorio di Melilli (SR).
“Una vicenda che raccoglie in sé tutti gli elementi patogeni che hanno riguardato in questi anni il ciclo dei rifiuti in Sicilia: l’asservimento di segmenti della burocrazia regionale, la manipolazione delle procedure autorizzative, le interferenze del mondo politico, fino alle illegittime pressioni da parte di soggetti appartenenti all’Autorità Giudiziaria.
“Una storia che racconta plasticamente anche i possibili punti di intersezione tra il ciclo dei rifiuti e la criminalità mafiosa: i Paratore, proprietari della CISMA, sono stati infatti arrestati e rinviati a giudizio per concorso in associazione di stampo mafioso.
“L’inchiesta della D.D.A. di Catania si è mossa su due fronti: il primo è quello che riguardava la concessione di un’autorizzazione alla CISMA per “un impianto di trattamento del rifiuto indifferenziato e per la successiva stabilizzazione organica”.  Con un’ordinanza “contingibile e urgente” del presidente della Regione Crocetta venne concesso che una parte delle circa 6 mila tonnellate di rifiuti solidi urbani prodotti giornalmente in Sicilia venissero conferiti, e successivamente abbancati, nella discarica di Melilli, autorizzata fino a quel momento soltanto per ricevere rifiuti speciali[8].
“Ma attorno alla Cisma (già nel 2015 oggetto di interdittiva antimafia della prefettura di Siracusa, poi sospesa dal Tar e infine ritirata) ruota – come detto – anche l’inchiesta “Piramidi” su un “sistema perverso di connivenza e affari tra imprese controllate da Cosa nostra e funzionari pubblici infedeli”. Nell’ambito di questa operazione, nel marzo 2017 sono stati arrestati Antonino e Carmelo Paratore, ritenuti legati al boss Maurizio Zuccaro, uomo della famiglia Santapaola, per il quale – secondo l’accusa – avrebbero agito quali prestanome[9].
“Questo l’antefatto giudiziario, con processi tutti ancora in corso.
“Ciò che preme a questa Commissione è ricostruire il rapporto malato tra CISMA e la Regione. Partendo dal breve ed efficace ritratto che ha offerto in audizione il giornalista Antonio Fraschilla: “Una discarica che era per rifiuti speciali e per inerti, la Cisma Ambiente di Melilli, viene autorizzata nell’arco di pochi giorni a poter accogliere rifiuti urbani. Si scoprirà poco dopo che, proprio su quella discarica, era in corso un’indagine da parte della D.D.A. di Catania che poi ha portato al coinvolgimento dei proprietari della discarica, la famiglia Paratore, sospettati dai P.M. di essere in qualche modo prestanome o vicini ai clan Santapaola. Però qual è la curiosità? E’ che nell’arco di pochi giorni la burocrazia regionale si era attivata per portare al governatore Crocetta un decreto che consentisse a quella discarica di poter accogliere, sull’onda dell’emergenza, i rifiuti urbani. Il 19 luglio arriva una domanda della Cisma alla Regione per poter ricevere rifiuti urbani, e il 22 luglio c’è il decreto firmato dal Governatore Crocetta.
“Tre giorni: un record! Che è difficile attribuire alla solerzia e all’efficienza dei dipartimenti regionali. Il caso CISMA, come detto, è piuttosto un compendio sulle sollecitazioni, le seduzioni, i suggerimenti, le mediazioni istituzionali, gli amichevoli suggerimenti o le minacce a cui si è stati capaci di ricorrere per ottenere che l’interesse, sia pur legittimi, del privato potesse sempre prevalere sull’interesse pubblico garantito da leggi e regolamenti.

http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_LaStrutturaRegionale/PIR_AssEnergia/PIR_Dipartimentodellacquaedeirifiuti/PIR_Struttura/PIR_Organigramma/PIR_SERVIZIO7AUTORIZZAZIONI/PIR_Autorizzazioni/Cisma%20Ambiente%20-%20DDG%201772%20del%2015.10.13.pdf
“Questa Commissione ha voluto ascoltare i protagonisti della vicenda per provare a comprendere come sia stato possibile arrivare a quegli esiti di illegalità che sarebbero rimasti impuniti se non fosse intervenuta – come in molte altre situazioni simili – la magistratura ordinari.
“Resta in attesa di conclusione l’altro procedimento penale, collegato all’indagine “Piramide”, che vede i Paratore imputati di associazione di stampo mafioso, corruzione e per avere ottenuto ingiusto profitto nella gestione del trattamento e smaltimento dei rifiuti.
La discarica ACIF e lo scioglimento del comune di Scicli
“Nella relazione depositata agli atti di questa Commissione[13], il “Comitato volontario per la tutela della salute, dell’ambiente e del territorio di Scicli”, evidenzia come le fortune dell’ACIF s.r.l., impresa operante nel settore della raccolta rifiuti, siano cominciate nel momento stesso in cui questa ha incominciato ad offrire i propri servizi alla cosiddetta filiera del petrolio.
“L’ACIF servizi srl è una piccola impresa costituitasi nel 2004 con un capitale sociale di 12.000 euro. Quattro anni dopo, è il 2008, l’Acif viene incaricata dalla piattaforma petrolifera VEGA (la più grande piattaforma petrolifera fissa realizzata nell’off-shore italiano, di proprietà al 60% di Edison e al 40% dell’Eni, al centro di una vicenda giudiziaria per reati ambientali, conclusasi con la prescrizione) di trasportare i residui delle estrazioni presso un apposito impianto autorizzato al trattamento. Nello stesso anno, l’ACIF attrezza una propria struttura in contrada Cuturi riadattando un ex pollaio; l’attività primaria si estende: ai rifiuti “non pericolosi” si aggiungono anche quelli “pericolosi”. E’ il primo passo verso le autorizzazioni al nuovo impianto.
“Come in molte vicende affrontate nel corso della presente inchiesta, anche in questo caso le coincidenze sono importanti perché, proprio all’indomani di un parere negativo espresso nei confronti del progetto di ampliamento presentato dall’ACIF, l’amministrazione comunale sciclitana viene travolta da un’inchiesta giudiziaria. La delibera di giunta è la numero 125 del 15 luglio 2014; l’indomani il prefetto di Ragusa nomina una commissione di accesso agli atti del comune; il 17 luglio, due giorni dopo, il sindaco Francesco Susino riceve un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa (si dimetterà il 23 dicembre dello stesso anno). Il 29 aprile del 2015 infine verrà disposto lo scioglimento del Comune. E l’anno dopo, va da sé, l’ACIF otterrà l’attesa autorizzazione[14].
“Occorre aggiungere che, anche in questo caso, come già a Siculiana e a Racalmuto, l’indagine penale a carico del sindaco verrà cassata in sede di giudizio, con una sentenza del Tribunale insolitamente perentoria per il tono usato nei confronti dei colleghi della Procura e dell’ufficio del gip: “E’ inaudito che il processo abbia potuto superare la fase delle udienze preliminari!”[15]. Parole nette e preoccupanti. Ma a quel punto il danno d’immagine per il comune – sciolto per mafia – sarà cosa fatta e irreparabile.
“Ma come si arriva, dopo lo scioglimento del comune, al decreto che autorizzava l’ACIF all’ampliamento del suo impianto? Come reagisce la città? La Commissione lo ha chiesto ai rappresentanti del Comitato di Scicli e all’ex sindaco Susino.
“Dopo, i Commissari prefettizi, di fronte a quella grande manifestazione popolare, hanno scritto che effettivamente la città non era stata coinvolta, che effettivamente – visto che Scicli è patrimonio Unesco – la cosa poteva essere pericolosa, insomma si sono comportati come se loro non fossero stati lì a dirigere la città in quegli anni.  Francamente la cosa ci ha stupiti, però questo è accaduto.
“Dopo il commissariamento, e il successivo scioglimento del comune di Scicli, l’atteggiamento degli organi amministrativi nei confronti del progetto ACIF muta radicalmente.
“E’ un fatto, riporta la relazione acquisita dal Comitato di Scicli, che la Commissione prefettizia, appena insediatasi[16], estrometta dall’incarico di capo dell’Ufficio tecnico comunale, l’ing. Spanò, che aveva contribuito a formulare il parere tecnico negativo dell’amministrazione al progetto dell’ACIF. Ed è un fatto che subito dopo, il 24 luglio 2015, il nuovo dirigente dell’Ufficio tecnico comunale trasmetta all’assessorato regionale competente il “parere favorevole di condivisione tecnica” al progetto di ampliamento dell’ACIF. E’ un fatto che i commissari prefettizi non abbiano poi partecipato alla conferenza di servizio convocata a Palermo per l’esame del progetto ACIF e non ne abbiano nemmeno acquisito i verbali. Ed è un fatto, infine, che la Commissione prefettizia, con delibera del 28 agosto 2015, abbia ridelimitato l’aria comunale sottoposta a tutela escludendo quella in cui sorge l’impianto ACIF.
“Resta irrisolto il punto di domanda da cui siamo partiti, identico a quello che abbiamo sollevato sulle vicende di Siculiana e di Racalmuto: è casuale la successione dei fatti? La giunta di Scicli si pronuncia contro l’ACIF; indagine per mafia a carico del sindaco; il comune viene sciolto; il sindaco viene assolto… Solo coincidenze?
“Secondo l’ex assessore Schillaci, tra i promotori del Comitato di Scicli, la risposta è no.
“Dunque, il ricorso dinanzi il giudice amministrativo avverso il decreto di scioglimento viene respinto in primo grado perché era in corso l’indagine per mafia a carico del sindaco, indagine considerata dal Tar Lazio[19] un fatto ‘dirimente’ ai fini della decisione. A poco servirà che l’inchiesta si afflosci rapidamente, che il sindaco venga assolto e l’accusa nei confronti degli altri imputati sia derubricata a reati ordinari: a quel punto Consiglio di Stato[20] avrà già riconfermato definitivamente lo scioglimento.
“Vale la pena rileggere un passaggio della relazione che il Comitato di Scicli ha consegnato a questa Commissione.
“Perché proporre accuse così gravi che non potevano reggere – e non hanno retto – allo scrutinio valutativo del giudice penale? Allo stato non ci sono risposte. E’ però doveroso – proprio in considerazione della conclamata forzatura rimarcata nella sentenza – porsi l’antico quesito, cui prodest?, e ricercare l’’evento’ di particolare rilevanza che non si sarebbe verificato se non ci fosse stato lo scioglimento del Consiglio e il successivo governo commissariale. Orbene, quell’evento sembrerebbe essere, quasi certamente, il ‘via libera’ all’ampliamento dell’impianto ACIF, un business milionario ma soprattutto la soluzione per gestire i problemi derivanti dall’estrazione e dalla lavorazione del petrolio”.
“Valutazioni preoccupanti perché propongono uno scenario in cui il contesto di convenienza non riguarda solo l’ACIF ma si estende a tutti i soggetti interessati allo smaltimento dei rifiuti petroliferi della piattaforma Vega.
“Stupisce infine rilevare che gran parte della stampa non si sia impegnata con altrettanto zelo per raccontarne l’assoluzione, indagare sulla manifesta infondatezza di quelle accuse e soprattutto approfondire l’opaca vicenda che ha riguardato l’iter delle autorizzazioni – concesse e poi da ultimo revocate[22].
COSA NOSTRA E IL CICLO DEI RIFIUTI
“Le valutazioni finora esposte necessitano a questo punto di essere messe in stretta correlazione con uno dei vulnus più gravi ed allarmanti che caratterizzano il settore dei rifiuti tout-court: il fenomeno dell’infiltrazione e del condizionamento di tipo mafioso. Sull’incidenza di tale fattispecie criminale, così riferiva lo scorso 30 gennaio 2019, dinanzi la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, l’ex Presidente dell’ANAC, dottor Raffale Cantone.
CANTONE: “Il tema dell’infiltrazione mafiosa o paramafiosa nel sistema dei rifiuti è, quindi, diventato purtroppo una quasi costante, malgrado l’impegno, io dico davvero molto forte, delle prefetture, che però spesso, nonostante le interdittive, non riescono a far sostituire davvero le imprese. In certi contesti, …è difficile individuare soggetti che riescano a sostituire le imprese anche interdette. Credo che questo sistema dipenda proprio dalla difficoltà di far partire appalti realmente competitivi, realmente trasparenti e realmente in grado di individuare operatori che abbiano le caratteristiche fin dall’inizio di potersi occupare del servizio[23].
Aspetti, quelli legati alla presenza e al controllo operato dalla criminalità organizzata, che già nel 2016 la Commissione Bratti aveva avuto modo di raffigurare in modo nitido, all’atto di rassegnare le proprie conclusioni nella più volte citata relazione territoriale sulla Regione Sicilia.
“Sempre con riferimento alle infiltrazioni della criminalità organizzata di stampo mafioso nel settore dei rifiuti, il controllo del territorio tipico dell’associazione mafiosa ha reso possibile la realizzazione di discariche abusive di vaste proporzioni, prive di qualsiasi autorizzazione, site in territori nella immediata disponibilità di esponenti della cosca mafiosa. Traffici di rifiuti di così ampie dimensioni sono stati resi possibili, evidentemente, dalla mancanza di adeguati controlli da parte degli organi preposti, non essendo pensabile che ingenti quantitativi di rifiuti possano circolare senza alcun tipo di controllo sul territorio siciliano, per poi giungere a destinazione in un sito non autorizzato”.
“Per ciò che concerne il sistema, per così dire, “lecito”, l’infiltrazione avviene in modo più subdolo; le infiltrazioni, cioè, sopravvengono in un secondo tempo, ovvero nel noleggio a freddo, nei subappalti, nelle assunzioni e anche nelle truffe e nelle corruzioni che vengono consumate nell’ambito della gestione del ciclo dei rifiuti.

“Con riferimento alle infiltrazioni della criminalità organizzata di stampo mafioso nel settore dei rifiuti, a tutti i livelli, a prescindere dalla vicenda dei termovalorizzatori, vi è sempre un soggetto di rilievo delle organizzazioni criminali che controllano la zona di riferimento, il quale direttamente o per interposta persona ha un ruolo all’interno delle società che gestiscono i rifiuti.
“L’infiltrazione avviene prevalentemente attraverso il controllo degli appalti e il controllo delle attività accessorie rispetto al settore dei rifiuti vero e proprio, quali il trasporto, il servizio di manutenzioni dei mezzi occorrenti per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti nonché la fornitura dei mezzi medesimi.
“Le innumerevoli carenze nella gestione del ciclo dei rifiuti costituiscono altrettante opportunità per la criminalità di stampo mafioso di infiltrarsi in questo settore, approfittando delle gravissime inefficienze amministrative, tante volte orchestrate ad arte, e delle corruttele che si consumano negli uffici pubblici”. [24]
“E, a proposito di questo “contagio” degli apparati della pubblica amministrazione, la D.I.A. aggiunge:
“Le infiltrazioni ed i condizionamenti della Pubblica Amministrazione costituiscono, in Sicilia, uno schema ricorrente, anche se realizzato con modalità di volta in volta diverse.”
“Attraverso queste due collaudate modalità – un uso strumentale degli affidi diretti e il ricorso a pratiche estorsive – l’infiltrazione consente alle consorterie criminali l’accesso ai fondi pubblici e, al tempo stesso, offre loro la concreta prospettiva di conseguire posti di lavoro per i propri affiliati, i familiari o, anche, soggetti estranei, favorendo e alimentando una sorta di ingannevole consenso sociale.Numerose sono state le indagini condotte dalle direzioni distrettuali antimafia sul ciclo dei rifiuti in Sicilia. Ricostruiamo le più significative.
  • “Le operazioni “Ghost Trash[45] e “Plastic free”[46], anch’esse condotte dalla D.D.A. di Catania[47]-
“A Vittoria (RG), nel mese di dicembre 2017, l’operazione “Ghost Trash” ha rivelato come la stidda fosse interessata, tra le altre cose, all’intestazione fittizia di imprese ed al traffico illecito di rifiuti.
“Infine, a margine delle considerazioni finora esposte[49], la relazione della D.I.A. si sofferma anche sul tema del condizionamento degli Enti comunali da parte di Cosa Nostra negli affidi e negli appalti legati al ciclo dei rifiuti. Le valutazioni espresse dagli investigatori integrano quanto finora detto, ferme restando le criticità che questa Commissione ha rilevato su un utilizzo, in talune circostanze, disinvolto dello strumento dello scioglimento.
“Al riguardo va precisato che il predetto, grave provvedimento amministrativo, non presuppone necessariamente condotte penalmente rilevanti da parte degli amministratori, funzionari e dipendenti pubblici, ma spesso dipende da accertarti condizionamenti indiretti, di tipo ambientale, che viziano le scelte operate dalle pubbliche amministrazioni locali, ispirate più a timore o paura, che al perseguimento e al rispetto dell’interesse pubblico.
“Non è un caso che il Consiglio di Stato, con giurisprudenza consolidata, con specifico riferimento allo scioglimento dei Consigli comunali, ha affermato il principio che “è la semplice presenza di ‘elementi’ su ‘collegamenti’ o ‘forme di condizionamento’ che consentano di individuare la sussistenza di un rapporto fra gli amministratori e la criminalità organizzata, a giustificare lo scioglimento, anche laddove non vi sia una puntuale dimostrazione della volontà degli amministratori di assecondare gli interessi della criminalità organizzata, o non sussistano ipotesi di responsabilità personali, anche penali, degli amministratori o dei funzionari”[50] purché vi sia un quadro di riscontri oggettivi. Appunto quello che, ad esempio, non è stato accertato per il Comune di Scicli.
I SERVIZI DI RACCOLTA NEI COMUNI
“La Commissione Antimafia ha ritenuto di estendere la propria indagine anche alle problematiche che sono connesse alla fase iniziale della gestione del ciclo dei rifiuti e, in particolar modo, ai metodi di affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti urbani, che costituiscono indubbiamente un altro rilevante profilo critico della controversa disciplina giuridica della Regione Sicilia e della prassi amministrativa degli enti locali.
“Infatti, è proprio in questa peculiare fase del ciclo dei rifiuti, come evidenziato nelle delibere dell’ANAC e nella Relazione Bratti, che si possono inserire interessi criminali o comunque illeciti, condizionando in tal modo l’autonomia negoziale dell’amministrazione pubblica ed alterando il corretto funzionamento delle strutture deputate all’erogazione del servizio; oppure, per altro verso, possono essere selezionati, in presenza di una situazione di permanente emergenza, in maniera poco oculata o con logiche clientelari gli operatori economici incaricati della gestione dei servizi di igiene urbana.
“La frammentarietà del quadro normativo siciliano – caratterizzato da periodiche riforme legislative per affrontare in modo organico l’endemica emergenza dei rifiuti in Sicilia e da successive deroghe e revisioni per esigenze di carattere straordinario -, la mancanza di un adeguato livello programmatorio e l’incompleta attuazione del sistema delle Società di regolamentazione del servizio di gestione dei rifiuti (S.R.R.) hanno determinato non solo la sovrapposizione di molteplici modelli organizzativi per la governance del settore, ma anche la progressiva parcellizzazione dell’attività negoziale e l’eterogeneità delle prassi amministrative in ordine all’affidamento dei servizi di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti urbani, impedendo la formazione di economie di scala o di una strategia gestionale comune.
“Per inquadrare correttamente l’attività negoziale posta in essere in questi decenni dalle amministrazioni locali, è opportuno segnalare i principali sistemi previsti dalla vigente legislazione per l’affidamento della gestione del servizio.
a) procedure ad evidenza pubblica: lo svolgimento di tali procedure è riservato all’Ufficio regionale espletamento gare di appalto (UREGA) e risulta finalizzato all’individuazione, nel rispetto delle disposizioni del codice dei contratti pubblici (d.lgs. n. 50 del 2016), del soggetto esterno incaricato di svolgere il servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani; l’intervento dell’UREGA può essere richiesto sia dalle Società di regolamentazione del servizio di gestione dei rifiuti (S.R.R.) per conto dei Comuni consorziati, ai sensi dell’art. 15, co. 1, leg. reg. n. 9 del 2010, sia dalle Aree di raccolta ottimale (ARO), ai sensi dell’art. 47, leg. reg. n. 5 del 2014, sia, infine, dai singoli Comuni, ai sensi dell’art. 1, leg. reg. n. 3 del 2013, con riguardo a servizi di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti.
“La Commissione Antimafia ha provato ha ricostruire una mappa delle situazioni nei comuni dell’isola, sia per quanto riguarda il metodo di affidamento dei servizi di raccolta sia per quel che concerne le ditte aggiudicatrici dei servizi.
“In tal senso è utile rilevare, preliminarmente, la difficoltà di accesso a tali dati. La commissione ha, pertanto, interrogato l’assessorato regionale competente, i comuni stessi e, infine, le UREGA della regione. Dall’analisi dei dati forniti si è arrivato ad un censimento di 381 comuni sui 390 della regione. A tale numero si è giunti incrociando i dati forniti dalle strutture citate.
“È bene precisare come questa Commissione abbia acquisito, come punto di partenza, i dati contenuti nella relazione fornita dall’assessorato energia e servizi di pubblica utilità. Tale relazione forniva i dati acquisiti al 30 giugno 2019. A questa mole di dati si sono aggiunte, successivamente, le comunicazioni pervenute alla Commissione direttamente dai comuni e, in ultima fase, le relazioni da parte delle UREGA competenti. In tal modo si è potuto procedere ad una mappatura più aggiornata rispetto alla prima comunicazione dell’assessorato stante il termine, in taluni casi, delle procedure di gara presso le UREGA o, in altri, la modifica dei sistemi di affidamento da parte dei comuni della regione.
SIRACUSA
ModalitàNumero ComuniPopolazioneProduzione in tonnellate% popolazione% produzione% comuni  
In house185693202,092,141,72     4,76
Gara ponte112117165777,8930,3535,364,76
Affido/ no gara1111002343868,0927,5523,5852,38
UREGA815946173158,0139,9439,3338,09
No dati000000
“Nella provincia di Siracusa permane l’anomalia di una maggioranza di comuni che, alla data del 1°febbraio 2020, mantenevano affidamenti del servizio con procedura emergenziale e proroghe. Va però considerato come tali Comuni, che costituiscono il 52,38% degli enti, producono appena il 23,58% dei RU del territorio e sono abitati dal 27,55% dei residenti dell’intera provincia.
“Occorre evidenziare come il comune più popoloso della provincia, ovvero Siracusa (che pesa per il 30,35% sulla popolazione complessiva e per il 35,36% sulla produzione complessiva di rifiuti solidi urbani), sia in una situazione anomala avendo espletato la gara presso l’UREGA di Siracusa ma trovandosi nell’impossibilità di procedere all’affidamento del servizio per cause tecniche. E questo a prescindere dall’interdittiva antimafia nei confronti della ditta Tech risultata aggiudicataria del servizio in sede di gara UREGA.
CONCLUSIONI
“Il lavoro – continua la relazione- della Commissione ha confermato le preoccupazioni che hanno mosso questa indagine: la percezione di un intreccio di interessi privati e pubbliche compiacenze che in Sicilia ha reso spesso il sistema dei rifiuti subalterno a quegli interessi e a quelle compiacenze.
“Anche mettendo da parte gli episodi più gravi e più clamorosi, in cui si è dimostrata in sede penale l’esistenza di pratiche corruttive alla base di alcune scelte amministrative, l’intera governance dei rifiuti si è mostrata, in questo primo ventennio del secolo, molto permeabile a un sistema di interferenze e di sollecitazioni che ricordano – per modalità e per il ricorrere talvolta degli stessi protagonisti – le vicende legate al cd. sistema Montante.
“Tutto ciò nonostante l’impegno con cui taluni assessori e più d’un dirigente hanno cercato di imprimere al ciclo dei rifiuti una giusta direzione di marcia e una limpidezza di pratiche amministrative, restando spesso isolati all’interno degli ingranaggi burocratici e delle scelte di indirizzo politico.
“Più in generale si è percepito il vassallaggio a cui è stata costretta in questi anni la funzione amministrativa, con procedimenti sensibili di cui pochi o nessuno avevano contezza, dirigenti delegati solo ad apporre la loro “firmetta”, giunte di governo spesso distratte o condizionate da presenze istituzionali esterne alla Regione. L’esito è stato quello d’aver conservato la centralità del conferimento in discarica come punto d’arrivo obbligato dell’intero ciclo, garantendo ai pochi proprietari delle poche piattaforme private altissimi margini di profitto.
“La relazione ha ricostruito puntigliosamente fatti e atti che hanno contribuito a mantenere intatta nel tempo questa condizione di oligopolio di mercato, con le inevitabili refluenze sul piano dei rapporti tra il sistema politico e una parte del sistema industriale siciliano (…)”.






 "Tangenti, controlli omessi e favori"  Indagine sui rifiuti, tutte le accuse


di 





I fatti contestati nell'indagine sulla discarica di Melilli. RIFIUTI CONNECTION: 14 arresti 

CATANIA – Prima dell'incontro nel lussuoso hotel Baia Verde di Catania, Carmelo Paratore, figlio di Nino, indagato per traffico di rifiuti, preleva “cinque” e “dieci”. L'appuntamento – secondo quanto risulta dalle intercettazioni che Livesicilia è in grado di rivelare in esclusiva - è con il funzionario regionale Gianfranco Cannova, in ballo ci sono questioni burocratiche che valgono milioni e milioni di euro, la sopravvivenza di una discarica lievitata – secondo la magistratura – al suon di tangenti e adesso in grado di smaltire, in barba a qualunque disposizione legislativa e grazie alla corruzione di funzionari, Rup e commissari ad acta, un affare succulento: lo smaltimento di rifiuti pericolosi. Comprese le ceneri dell'Ilva.


Da un lato ci sono due imprenditori, accusati di essere vicini a Cosa nostra, Carmelo e Nino Paratore, con un lungo elenco di pentiti che hanno ricostruito anche i più piccoli dettagli delle loro presunte relazioni pericolosissime, dall'altro l'assessorato territorio e Ambiente, crocevia di soldi e funzionari “distratti”.


Come sia riuscita quella discarica di Melilli, comune che sorge a ridosso del polo petrolchimico più grande d'Europa, a diventare un'immensa cloaca per lo smaltimento di rifiuti tossici, alla luce del sole, gli investigatori dei carabinieri e gli uomini del Gico della guardia di finanza, ritengono di essere riusciti a capirlo.



Il cuore “burocratico” dell'inchiesta sta tutto dentro l'assessorato regionale Territorio e ambiente, al centro del troncone sul traffico illecito di rifiuti aggravato dal favoreggiamento alla mafia: numerosi i funzionari regionali indagati. Innanzitutto, una vecchia conoscenza della Procura di Catania, Gianfranco Cannova, già arrestato per corruzione nell'inchiesta sulla discarica di Motta S. Anastasia, stavolta inquisito come Rup del procedimento di rilascio dell'Autorizzazione integrata ambientale alla Cisma, società di gestione della discarica di rifiuti speciali. Indagato anche Giuseppe Latteo, dirigente dell'Unità operativa rifiuti fino al 31 dicembre 2015 e Mauro Verace, dirigente generale del servizio Via – Unità operativa rifiuti fino al 30 giugno 2016, nominato commissario ad acta dal Tar proprio per un procedimento sulla discarica inquisita e Natale Zuccarello, dirigente del servizio Via – unità operativa rifiuti fino al 2013, tutti in forza all'assessorato regionale territorio e ambiente della Regione Sicilia. Tutti sono accusati di aver organizzato all'interno della discarica di Melilli, di pertinenza della Cisma Ambiente Spa, “la gestione e lo smaltimento abusivo di ingenti quantità di rifiuti”.



Per dare un'idea del meccanismo, degno di un film di Ficarra e Picone, negli assessorati regionali non sarebbe stato depositato neanche il progetto esecutivo per l'ampliamento della discarica. Altro che snellimento della burocrazia. In quella discarica sono finite 350mila tonnellate di rifiuti anche pericolosi non provenienti dalla provincia di Siracusa, come voleva il decreto dell'assessorato regionale datato 2007. Attraverso una falsa attestazione, i rifiuti sarebbero stati sottoposti a una finta stabilizzazione, con un trattamento “mai validato” dal Cnr di Roma; in pratica miscelavano rifiuti pericolosi e non pericolosi, con calce e cemento, utilizzando un apposito codice CER, che rappresenta il 50% dei rifiuti smaltiti a Melilli. Le intercettazioni fanno rabbrividire: tonnellate di ceneri tossiche vengono miscelate col piglio di una casalinga improvvisata.



I rifiuti sarebbero stati accatastati ampliando l'area di stoccaggio e violando i provvedimenti di AIA e VIA. Mentre venivano abbancati, si sollevavano polveri che finivano nei terreni circostanti. In discarica, secondo l'indagine, finivano anche liquidi contenuti in fusti. Ad analizzare tutto ci pensava un laboratorio non proprio indipendente, ovvero quello della Siram amministrata da Antonino Paratore e di proprietà della stessa discarica. La miscelazione dei rifiuti pericolosi avveniva all'esterno, con un impianto mobile di triturazione, alcuni di questi finivano direttamente nell'inceneritore realizzato a due passi dalla salina della rada di Augusta e gestito dalla Gespi. I codici in mano degli investigatori comprendono “ceneri pesanti e scorie contenenti sostanze pericolose”, “rifiuti solidi prodotti dal trattamento dei fumi” e molto altro. Se il progetto autorizzato prevedeva tre pozzi per la raccolta del percolato, in realtà ne esistevano solo due, la capienza della discarica lievitava grazie a sponde impermeabilizzate e muretti.



In tutto questo, i funzionari “consentivano alla Cisma Spa la gestione illecita di tonnellate di rifiuti, omettendo di provvedere al rispetto delle prescrizioni contenute nei provvedimenti di VIA e di AIA ed emettendo, contemporaneamente, autorizzazioni in palese violazione di legge”.

Per esempio Gianfranco Cannova, Natale Zuccarello e Giuseppe Latteo avrebbero omesso, dal 2007, di diffidare la discarica, pena la decadenza dell'autorizzazione, al rispetto delle prescrizioni regionali. Per le irregolarità esistenti, avrebbero dovuto chiudere gli impianti: nessun deposito del progetto esecutivo adeguato alle prescrizioni del decreto regionale di Via; aree di stoccaggio in luoghi diversi da quelli autorizzati, realizzazione di tre capannoni al posto di quattro; la presenza di pozzi, uno irriguo e uno potabile in prossimità dell'impianto.

Paolo Plescia, direttore tecnico dell'impianto di trattamento dei rifiuti di contrada Bagali dal maggio 2012, direttore tecnico della Siram Srl e ricercatore del Cnr di Roma, avrebbe fornito il proprio contributo per redigere uno studio sulla “apparente stabilizzazione” dei rifiuti trattati dalla Cisma.

I sopralluoghi di Arpa e Provincia? Inutili. Natale Zuccarello, Giuseppe Latteo e Gianfranco Cannova nonostante le irregolarità accertate, sono accusati, in assenza di un apposito rapporto istruttorio e di un nuovo procedimento di Valutazione impatto ambientale, di aver autorizzato l'aumento delle quantità di rifiuti da trattare “determinando un raddoppio delle emissioni nocive”.

Mauro Verace è indagato per aver modificato il decreto VIA del 2006 abrogandone un punto e consentendo così il conferimento alla Cisma Spa di rifiuti non provenienti dall'Ato Siracusa. Senza una nuova procedura di VIA, avrebbe autorizzato un ulteriore invaso nella discarica che ne raddoppiava la capacità fino a un milione di metri cubi. Per farlo, il dirigente regionale avrebbe sostenuto che l'ampliamento fosse uno stralcio di un progetto generale già approvato in precedenza.

Cannova è accusato di aver ricevuto soldi in contanti dai Paratore, in cambio avrebbe “disapplicato” alcune prescrizioni. Anche Mario Corradino, funzionario dell'assessorato Infrastrutture e mobilità, sfruttando le proprie relazioni con i funzionari A. P., S. P. e D. A. e con i funzionari del ministero dell'Ambiente, si sarebbe fatto consegnare “denaro in contanti per migliaia di euro”.

RIFIUTI CONNECTION: 14 arresti Coinvolti funzionari I NOMI OPERAZIONE PIRAMIDE RIFIUTI CONNECTION: 14 arresti  Coinvolti funzionari I NOMI


Articoli di Antonio Condorelli e Laura Distefano



Blitz dei carabinieri. Sequestro da 50 milioni della Guardia di Finanza.



CATANIA - L'ombra della mafia sulla discarica che ha accolto il polverino dell'Ilva a Siracusa. Rapporti con i clan catanesi, secondo le ipotesi della magistratura e un'intesa con Gianfranco Cannova, funzionario regionale di primo piano, già accusato di corruzione nell'inchiesta sulla discarica di Motta S. Anastasia e Mauro Verace, già consulente della Procura di Siracusa per il caso Cisma, poi commisario ad acta della procedura di ampliamento e dirigente regionale del dipartimento acqua e rifiuti. Sono 14 gli arrestati dell'operazione Piramide portata avanti dai carabinieri e dal Gico della Guardia di Finanza di Catania. Un'inchiesta in cui è stato fondamentale l'apporto del Nucleo Operativo Ecologico di Catania.

I NOMI - Antonino Paratore, Carmelo Paratore, Salvatore Grillo, Giuseppe Verderame, Gianfranco Cannova, Rup del procedimento, Salvatore Salafia, dirigente del Comune di Melilli, Simone Piazza, tutti e 7 finiti ai domiciliari. Salvatore D'Amico, Agata Di Stefano, Antonino Di Vincenzo, Maurizio Cottone, Amara Giuseppe, Amara Giovanni e Mauro Verace sono agli arresti domiciliari. Nel registro degli indagati altri tre soggetti per cui è stata emessa una misura interdittiva da parte del Gip.

LE ACCUSE - A vario titolo, gli arrestati sono accusati di traffico illecito di rifiuti, estorsione e rapina, con l'aggravante del metodo mafioso, usura, corruzione, falso commesso dal pubblico ufficiale e traffico di influenze illecite. Verace nella qualità di commissario ad Acta del Tar di Catania, è accusato di aver "violato il proprio mandato inserendo nel decreto una modifica alla Valutazione di impatto ambientale senza avere titolo e consentendo di conseguenza alla Cisma Ambiente Spa di ricevere e gestire rifiuti provenienti da aree diverse della provincia di Siracusa"

L'INFILTRAZIONE - Tre anni di indagini, l'audizione di numerosi collaboratori di giustizia, cimici e appostamenti. Gli uomini dei carabinieri e gli investigatori del Gico hanno lavorato a lungo per ricostruire la fitta rete dei rapporti che sarebbero alla base dell'espansione della discarica Cisma. Nel mirino della magistratura sono finiti Antonino e Carmelo Paratore, proprietari della discarica di Siracusa che ha accolto il polverino dell'Ilva, che sarebbero in contatto con il boss Maurizio Zuccaro "per i quali agivano quali prestanome", avrebbero "realizzato enormi guadagni derivanti dalla gestione e dal trattamento illecito di tonnellate di rifiuti provenienti da tutto il territorio nazionale.

RELAZIONI PERICOLOSE -  Nino Paratore e il figlio Carmelo avrebbero intrattenuto rapporti "ininterrotti - scrivono gli inquirenti - sicuramente dal 2010", con alcune consorterie mafiose, rappresentando e curando gli interessi di Cosa nostra catanese. Già da tempo la Guardia di Finanza - come espone nel dettaglio il comandante Roberto Manna - aveva esitato un'informativa da cui si evinceva la "conclamata intestazione fittizia del lido Le Piramidi", stabilimento balneare frequentato dai parenti dell'ergastolano santapaoliano Maurizio Zuccaro. Insomma "era un luogo di reinvestimento delle attività mafiose", spiega ancora Manna.

IL PETROLIO - Nel 2012 gli inquirenti indagano sul processo di raffinazione del petrolio che avviene nel complesso petrolchimico siracusano, il più grande d'Europa. "Si accertava - scrivono i magistrati coordinati da Carmelo Zuccaro - che la principale società  nel trattamento e smaltimento dei catalizzatori esausti e quindi non più rigenerabili, era proprio la Cisma Ambiente Spa, con sede legale a Melilli".

IL SISTEMA - I magistrati indagano sul colosso dei rifiuti guidato da Antonino Paratore, che si sarebbe avvalso di alcuni "soggetti di fiducia": Agata Distefano, Salvatore D'Amico, Paolo Plescia, Maurizio Cottone e Antonio Di Vincenzo. Determinante la "connivenza" con alcuni funzionari regionali "deputati al rilascio delle autorizzazioni, che gestivano in modo illecito tonnellate di rifiuti realizzando ingenti guadagni e inquinando gravemente l'ambiente circostante". Gli inquirenti ritengono che "i suddetti funzionari avevano nel tempo fornito il proprio contributo criminale, omettendo per anni di attivarsi, sebbene informati dagli organi di controllo della condotta della Cisma che, all'interno del sito, operava in assoluto disprezzo dei provvedimenti autorizzativi e della normativa ambientale".

PARLANO GLI INVESTIGATORI - Traffico d'influenza: è il reato contestato a un dirigente dell'assessorato alle Infrastrutture e alla mobilità della Regione Siciliana dalla Procura di Catania nell'ambito dell'inchiesta 'Piramidi' per gestione e traffico illecito di rifiuti in una discarica di Melilli, nel Siracusano. Carabinieri del comando provinciale di Catania e del Noe gli hanno notificato un'informazione di garanzia e un avviso a comparire davanti al procuratore Carmelo Zuccaro e al sostituto Raffaella Vinciguerra. "Era il contatto della società dei Paratore a Palermo - sottolinea il procuratore Zuccaro - il 'facilitatore' delle pratiche e degli iter burocratici". Non è tra i destinatari del provvedimento cautelare perché non ci sono prove di passaggio di denaro o di benefici diretti, e il reato non prevede la custodia cautelare. Certo è che alla Regione Siciliana la Procura di Catania non ha trovato alcuni progetti che dovevano essere depositati per autorizzare la piena operatività della discarica di Melilli. Tra le irregolarità ambientali emerse dagli accertamenti dei carabinieri del Noe, secondo l'accusa, anche la triturazione indifferenziata dei rifiuti, compresi quelli speciali, che venivano poi inviati a un inceneritore. "Bruciando - ha spiegato il sostituto Raffaella Vinciguerra - veniva emessa diossina". La guardia di finanza di Catania, che da tempo aveva avviato indagini sul noto stabilimento balneare Le Piramidi di Catania, che secondo la Procura sarebbe un'operazione di riciclaggio degli ingenti proventi da attività illecite commesse con la discarica, hanno sequestro sei società per 50 milioni di euro. Oltre al lido anche quelle che gestivano e trattavano i rifiuti. "Adesso - ha commentato il procuratore Zuccaro - abbiamo fermato lo scempio, che era stato segnalato dalla società civile mentre noi già indagavamo, e, con la nomina degli amministratori giudiziari, tutto rientrerà nell'alveo della norma".

L'AMPLIAMENTO DELLA DISCARICA - Nel 2007 una conferenza di servizi stabilisce che alla Cisma possono arrivare solo i rifiuti della provincia di Siracusa. In barba a questa disposizione, spiegano i magistrati Raffaella Vinciguerra e Giuseppe Sturiale, grazie alla corruzione, arrivavano i rifiuti provenienti da molte parti di Italia. I rifiuti arrivavano alla Cisma, venivano triturati senza rispettare le prescrizioni ambientali, poi venivano trasferiti alla Gespi che gestisce l'inceneritore di Augusta e ricevevano un codice di rifiuto diverso: in pratica venivano declassati e, secondo le ipotesi degli inquirenti, durante questa fase veniva emessa diossina. La discarica Cisma originariamente ospitava 500mila tonnellate di rifiuti che sono lievitate fino a 1,3milioni. L'ampliamento è finito nel mirino della procura di Siracusa e Mauro Verace, nominato consulente, ha sostenuto che fosse tutto regolare. Per questo è indagato con l'accusa di falso.

LE INDAGINI CONTINUANO - Il procuratore Zuccaro conferma che sono in corso indagini in "altri settori investigativi, come la filiera del trasporto dei rifiuti tossici per verificare il ruolo degli altri enti coinvolti (come i porti, ndr) e stiamo valutando l'impatto ambientale delle condotte illecite".

IL SEQUESTRO - Gli uomini del Gico della Finanza hanno sequestrato le quote della  Cisma Ambiente Spa, Paradivi Servizi Srl, Siram srl e del lido Le Piramidi, riconducibili a Antonino e Carmelo Paratore. Sequestrate anche le quote riconducibili a Giuseppe e Giovanni Amara della Gespi, "in rapporti di affari con la famiglia Paratore". La Gespi è un colosso attivo nel settore dell'ambiente, che gestisce il sistema di incenerimento del porto di Augusta.

L'ESTORSIONE - Salvatore Grillo è accusato di usura nei confronti del gestore della pizzeria Al Tubo di Acicastello. Grillo si sarebbe fatto consegnare, dal gestore del locale, assegni per 30mila euro, "quale corrispettivo di una serie di prestiti di 23.600 euro". Il tasso, superiore al 10%, ha fatto configurare il reato di usura. A Grillo viene contestato anche il reato di estorsione per l'ottenimento dei soldi. Giuseppe Verderame, Simone Piazza sono accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso, perché avrebbero costretto Giuseppe Grasso, titolare della pizzeria Al Tubo a versare 200 euro al mese per avere la "protezione".

Intanto il presidente Crocetta annuncia provvedimenti: "Saranno immediatamente sospesi i funzionari della Regione coinvolti nello scandalo sul traffico di rifiuti pericolosi nel catanese scoperto dai carabinieri e dalla Dda di Catania ai quali vanno il ringraziamento e le congratulazioni mie personali e dell'intero governo per il grande lavoro di pulizia che stanno facendo - dice. Non ci troviamo di fronte alla semplice corruzione ma a un danno alla salute dei cittadini e dell'ambiente - aggiunge - Non faremo sconti, i funzionari saranno sospesi nelle more della procedura di licenziamento".

Sulle conseguenze dell'inchiesta interviene anche Giuseppe Patti, siracusano, responsabile nazionale legalità dei Verdi: "Crocetta - esordisce Patti - dovrebbe sospendere se stesso, non solo i funzionari che in alcuni casi figurano in altre indagini. Sulla Cisma ci avevamo visto giusto già due anni fa, quando emerse il problema del Polverino Ilva tanto che avevamo sostenuto  che se non fosse stato rifiuto pericoloso per lo meno era torbido". "Esigiamo chiarimenti - aggiunge l'ambientalista aretuseo - sia dal presidente Crocetta che dal ministro Galletti e non ultimo dai commissari governativi dell'Ilva, per aver dato credito a una società più volte finita sotto la lente di ingrandimento della Dia. Al procuratore Zuccaro - conclude Patti - esprimiamo tutta la nostra gratitudine per il lavoro svolto"






































2015 22 SETTEMBRE Dieci anni in commissione rifiuti, arrestato per una discarica illegale



Vercelli-Messina solo andata. Piemontesi in trasferta nelle cave dei rifiuti siciliani. Nell’inchiesta su Tirreno Ambiente della procura di Barcellona Pozzo di Gotto tra amministratori, manager e prelati si risale lo stivale e si arriva sempre in terra sabauda. Da Vercelli arrivano gli indagati Giuseppino Innocenti, amministratore della Tirrenoambiente, l’ex senatore nonché componente della commissione parlamentare d’inchiesta per il ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura Lorenzo Piccioni. Anche l’ex amministratore delegato di Tirrenoambiente e coinvolto nell’inchiesta, Giuseppe Antonioli è un piemontese. La procura di Barcellona Pozzo di Gotto li accusa di di corruzione e peculato nell’inchiesta denominata “Riciclo”. E quante volte deve aver percorso quella tratta Piccioni, nato a Soresina in provincia di Cremona, ex senatore del Popolo della Libertà, arrestato l’8 settembre nell’operazione «Riciclo» della procura di Barcellona Pozzo di Gotto.

Ai domiciliari, Piccioni è accusato di peculato e corruzione nello scandalo della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea gestita dalla Tirreno Ambiente. Ma è lui, in particolare, il punto di collegamento di ben due procure, perché sull’azienda dove vanta una partecipazione la lombarda A2A ha aperto un’inchiesta anche la procura di Vercelli che contesta all’ex politico berlusconiano l’abuso di ufficio. È una storia dove si incrociano personaggi della 'ndrangheta e della mafia, tra reati per smaltimento illecito di rifiuti, corruzione e danni erariali ai comuni del messinese. Del resto Piccioni, secondo chi lo conosce bene in Piemonte, «è sempre stato una personalità border line, a metà tra la politica e gli affari nel settore rifiuti».
Imprenditore dal 1983 con la Limoter, che si occupa di movimento terra e difesa idraulica, azienda membro della Confindustria di Vercelli, per anni Piccioni ha smaniato dalla voglia di entrare in politica. Al primo giro, nel 1994, non ci riesce. Lo candidano nel collegio di Mirafiori con Forza Italia. È un flop. La seconda volta, nel 1996, va meglio, perché tre anni dopo prende il posto al senato di Jas Gawronsky che si dimette. Da lì inizia la carriera folgorante da senatore. Che viene coronata nel 2002 quando entra per la prima volta nella «Commissione Inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse». Ci rimarrà fino al 2013, per più di dieci anni.
Sotto di lui in commissione passa di tutto, anche qualche "file" della Tirreno Ambiente. Ma c’è uno scandalo che lo riguarda, datato 8 febbraio 2012, che getta un’ombra su un senatore sempre lontano dai riflettori se non per aver caldeggiato la figlia Carolina come assessore nel comune di Vercelli. Viene accusato di aver passato alla società Impregilo, che ha l’appalto per la costruzione del Ponte di Messina e dove ai tempi c’era come presidente Massimo Ponzellini, un documento riservato che doveva rimanere all’interno della Commissione. Era frutto del lavoro di un magistrato, consulente della commissione «L'errore c'è stato, è stato un errore di ignoranza» si difese a palazzo Madama.

Lorenzo Piccioni e Silvio Berlusconi
Già Il 10 giugno 2010 in commissione si siede il procuratore distrettuale antimafia di Messina Guido Lo Forte, e riferisce sull’inchiesta giudiziaria denominata Vivaio. In particolare, sulla «diretta gestione da parte della mafia di un’attività di smaltimento di rifiuti nella discarica di Mazzarrà Sant’Andrea», gestita da Tirrenoambiente. Non è tenero con lui nemmeno il compagno di partito e presidente della commissione Gaetano Pecorella: «Già in passato – afferma Pecorella, durante la prima seduta – la società Tirrenoambiente venne in audizione portandoci un nostro documento riservato, l’audizione di un prefetto. Evidentemente, qualcuno glielo aveva consegnato».
Decaduto da senatore, per Piccioni ricomincia l’attività imprenditoriale. E grazie al cognato Giuseppe Antonioli entra in Tirreno Ambiente. Ma qui iniziano i problemi, in particolare con la Osmon, adetta allo smaltimento dei liquami di percolato prodotti quotidianamente dalla putrefazione dei rifiuti conferiti nella discarica di Mazzarrà. Ma la Osmon ha anche un filiale in Africa. Producono e commercio di olio di palma da usare come combustibile per la centrale di Borgo Vercelli, gestita dalla prima. E secondo gli inquirenti la Osmon Africa avrebbe erogato compensi alla Green Oil Energy srl, nella quale risulterebbe legale rappresentante Bartolo Bruzzaniti. già condannato per spaccio di droga e ritenuto organico alla cosca della ‘ndrangheta Bruzzaniti-Morabito-Palamara.
È una storia dove si incrociano personaggi della ‘Ndrangheta e della mafia, tra reati per smaltimento illecito di rifiuti, corruzione e danni erariali ai comuni del messinese

 L’operazione della Guardia di Finanza che ha portato Innocenti e Piccioni agli arresti, in carcere il primo, ai domiciliari il secondo, trova il suo fulcro amministrativo proprio in territorio piemontese. Per gli inquirenti gli amministratori di Tirreno ambiente avrebbero elargito sponsorizzazioni e contributi ad associazioni sportive e culturali, anche al fine ottenere la connivenza dei soggetti pubblici che avrebbero dovuto vigilare sulla corretta gestione della Tirrenoambiente.
I militari della Gdf sottolineano un contributo di oltre settecentomila euro erogato a una piccola società sportiva dilettantistica di Borgo Vercelli, la Borgopal, di cui è stato rappresentante legale Innocenti, ubicata a ben 1.300 Km dal Comune siciliano. Anche Piccioni, già sindaco di San Giacomo Vercellese alle spalle ha una storia di imprenditore nel campo del movimento terra e dei servizi ambientali, oltre alla militanza parlamentare per quattro legislature.
Non è un caso che nell’inchiesta ci sia anche un filone vercellese che riguarda l’affidamento dei lavori di smaltimento di percolato a società vercellesi (in particolare la Osmon Spa) di cui amministratori ricoprivano cariche o detenevano quote della stessa società pubblica. Affidamenti avvenuti senza gara o ricerca di mercato per garantire un risparmio alla pubblica amministrazione. Secondo l’accusa sui lavori sarebbe stata fatta una “cresta” di circa 1,5 milioni di euro spartiti tra i protagonisti dell’inchiesta e a carico dei cittadini siciliani.
Eppure non sono solo Piccioni, Innocenti e Antonioli i piemontesi che fanno capolino nella vicenda Tirrenoambiente, a proposito di favori ed elargizioni. L’indagine odora di santità: si guardi al caso del cardinale Coppa (non indagato) originario di Alba e destinatario di rimborsi per una due giorni in terra sicula da quasi 24 mila euro. L'inchiesta della procura di Barcellona Pozzo di Gotto con la Guardia di Finanza messinese prosegue e non sono escluse nuove tranche che potrebbero portare a nuovi sequestri e perquisizioni.





Discarica Stallaini, una storia infinita
Una delle certezze che accompagna la vita degli ambientalisti siracusani è quella di occuparsi periodicamente della discarica di contrada Stallaini, in territorio di Noto.
Dopo il primo tentativo risalente al lontano 1988, adesso si è arrivati all’assurdo. Con una brevissima cronistoria ognuno può trarre le proprie conclusioni.
Nel 2012 la ditta SOAMBIENTE ottiene, dal Dipartimento Regionale dell’Ambiente, l’Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) per il “progetto di realizzazione di un impianto di recupero e smaltimento di rifiuti non pericolosi (tra cui materiali da costruzione contenenti amianto, ndr) in contrada Stallaini“, a 350 m dalla riserva naturale di Cavagrande del Cassibile.
Il funzionario che rilascia l’A.I.A. è l’architetto Gianfranco Cannova, ora ex funzionario perché ospite nel 2014 delle patrie galere nell’ambito dell’inchiesta “Terra Mia” sulle discariche private siciliane, e poi ancora in galera nel 2017 per traffico di rifiuti pericolosi.
Secondo le indagini del 2014, i titolari di grossi impianti di smaltimento avrebbero pagato svariate migliaia di euro per ottenere favori da Cannova.
Tra le autorizzazioni ottenute con metodo corruttivo vi era anche l’A.I.A. per la discarica di Stallaini.
Tutto risolto, si potrebbe immaginare. Ma siamo nella terra di Pirandello, ove esistono tante verità quanti sono gli uomini.
L’A.I.A. per Stallaini venne sospesa non perché era stata ottenuta con metodo corruttivo, ma perché nella società SOAMBIENTE vi erano dei soci non in regola con la certificazione antimafia. La società allora, liberatasi dei soci “impresentabili”, si rivolge al C.G.A., dal quale ottiene l’annullamento del provvedimento di sospensione dell’A.I.A. Viene quindi reinserita nella White list, e ottiene, con decreto n.454 del 04/04/ 2017 il ripristino dell’A.I.A.
Siamo al paradosso: un certificazione ottenuta con metodo corruttivo, contro il parere del Comune di Noto e senza l’autorizzazione della Soprintendenza di Siracusa (autorizzazione che quest’ultima non potrà mai concedere perché il Piano Paesaggistico vieta tassativamente di allocare discariche in contrada Stallaini), diventa esecutiva.
E infatti la SOAMBIENTE lo scorso novembre comunica agli enti competenti e ai Carabinieri, forse per difendersi dai “pericolosissimi” ambientalisti che potrebbero intralciare i lavori, l’apertura del cantiere per le opere preliminari.
Per fortuna il Comune di Noto ha diffidato la SOAMBIENTE a iniziare i lavori e, probabilmente, si andrà nuovamente in tribunale.
Si ricorda al neogovernatore della Sicilia Musumeci, che nel 2017, quando era Presidente della Commissione antimafia, annunciò che avrebbe chiesto di rivedere tutte le autorizzazioni che portano la firma di funzionari coinvolti in vicende giudiziarie. È giunto il momento di passare ai fatti.
Con fiducia aspettiamo.
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La discarica che i lentinesi non vogliono, ma la Regione sì

Salvo La Delfa

Sabato, 22 Aprile 2017 08:50



Il ricorso al TAR del Comune va ad aggiungersi alle due istanze presentate a Crocetta per revocare le autorizzazioni. A Palermo si continua a ignorare la volontà popolare. Il ruolo dei dirigenti Gianfranco Cannova e Mauro Verace
[Salvo La Delfa] La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017
E’ atteso per oggi il pronunciamento del TAR – sezione di Catania per il ricorso presentato dalla giunta di Lentini sulla Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) che la società Pastorino s.r.l. (ora Armicci Ambiente s.r.l) ha avuto per la realizzazione della discarica di rifiuti speciali non pericolosi presso l’ex cava in contrada Armicci. Il ricorso è uno dei tanti atti che il comune di Lentini ha prodotto e si va ad aggiungere alle due istanze indirizzate al Presidente della Regione di revoca in autotutela delle autorizzazioni (la prima risale a settembre mentre la seconda a meno di un mese fa) e, soprattutto, all’esposto alla Procura della Repubblica di Siracusa per il quale il procuratore capo Francesco Paolo Giordano ha aperto un fascicolo.
Una vicenda intricata che parte cinque anni fa, nel febbraio 2012, quando la Pastorino s.r.l. protocollò, negli uffici dell’assessorato Territorio e Ambiente (che allora aveva le competenze sia per la Valutazione di Impatto Ambientale sia per l’Autorizzazione Integrata Ambientale), il progetto di realizzazione della discarica nella cava (non attiva dal 1996), con una capacità di 830 mila metri cubi, per il conferimento di 1.320.000 tonnellate di rifiuti (con conferimenti annuali stimati in 60.000 ton/anno e quindi con una vita utile stimata in 22 anni), con una estensione di 47 mila metri quadri ed un’altezza media di 17 metri.
Nel 2013, a causa delle vicende giudiziarie che coinvolsero un funzionario regionale (l’architetto Gianfranco Cannova), le procedure VIA e AIA furono spostate dall’assessorato Territorio Ambiente all’Assessorato dell’Energia e dei Servizi di Pubblica Utilità ed in particolare al dipartimento acque e rifiuti che rilasciò, il 5 novembre 2015, con il Decreto n.1905, l’AIA alla ditta Pastorino s.r.l., “fatte salve le autorizzazioni di competenza di altri Enti od Organi, ivi comprese le autorizzazioni urbanistico-edilizie e quelle relative alla esecutività del progetto”, come recita l’ultimo capoverso dell’articolo 8 della AIA rilasciata. Questo capoverso dava spazio al comune di Lentini di decidere, rilasciando o meno l’autorizzazione urbanistica, sulla realizzazione della discarica. Comune di Lentini che si era pronunciato prima del 5 novembre 2015 con un atto formale del consiglio comunale contro la realizzazione della discarica ma che non aveva fatto seguire al rilascio dell’AIA alla ditta Pastorino un ricorso al TAR nei tempi stabiliti.
A spiegare come si è evoluta la vicenda dopo le votazioni amministrative di giugno 2016, che portarono alla guida della città il giovane sindaco Saverio Bosco, è stato l’assessore all’ambiente Santi Terranova all’emittente lentinese Video 4k Revolution. “Ricevetti subito una lettera dalla ditta Pastorino che ci comunicava di voler iniziare i lavori a cui noi rispondemmo che non eravamo intenzionati ad avere una nuova discarica in un territorio cosi martoriato perché non rientrava nei nostri programmi politici/amministrativi. L’otto settembre 2016 facemmo un esposto alla procura denunciando che l’AIA concessa alla Pastorino s.r.l. teneva conto di una VIA che era stata a sua volta rilasciata dall’assessorato Territorio ed Ambiente il 18 novembre 2013 a firma del funzionario Gianfranco Cannova, che è conosciuto dalla procura per aver ricevuto in seguito al rilascio di autorizzazioni di questo genere. Lo stesso giorno”, continua Santi Terranova, “presentammo un’istanza indirizzata al Presidente della Regione di revoca in autotutela della autorizzazione AIA per motivi ambientali e di salute. Il 30 ottobre arrivò una comunicazione della ditta Pastorino s.r.l. che ci comunicava che il 5 novembre 2016 avrebbe iniziato i lavori. Rispondemmo alla ditta Pastorino dicendo che, come previsto dall’articolo 8 dell’AIA, il comune di Lentini non avrebbe rilasciato nessuna autorizzazione urbanistica. Due giorni dopo, il 2 o il 3 novembre, a rispondere alla nostra lettera sorprendentemente non fu la ditta Pastorino ma direttamente l’Assessorato comunicandoci che l’AIA sovrasta tutte le altre autorizzazioni e producendo successivamente il Decreto del Direttore Generale del 13 dicembre 2016 (pubblicato poi il 5 gennaio 2017) in cui l’ultimo capoverso dell’articolo 8 dell’Autorizzazione AIA veniva cassato e sostituito con il capoverso , escludendo di fatto la possibilità che il comune di Lentini possa concedere le concessioni edilizie. E’ stato un provvedimento che ha modificato il contenuto dell’AIA riaprendo, secondo noi, i termini per fare ricorso al TAR”.
Il ricorso al TAR è stato fatto e un’ulteriore scossa a tutta la vicenda è stata data dall’operazione Piramide che ha portato all'arresto, per traffico illecito di rifiuti, dei gestori della discarica Cisma di Melilli e alla custodia cautelare di Gianfranco Cannova, il funzionario che ha sottoscritto la valutazione di impatto ambientale della discarica Armicci nel 2013 e il dirigente Mauro Verace che è “colui che l'ha autorizzata”, secondo quanto dichiarato dal sindaco Saverio Bosco, “che ha autorizzato la discarica Armicci sotto il profilo urbanistico”
Questa ulteriore vicenda ha convinto il sindaco Saverio Bosco ad inviare la seconda istanza di revoca in autotutela delle autorizzazioni a realizzare la discarica, dopo quella presentata l’otto settembre.
Il 30 marzo la società Armicci Ambiente s.r.l. ha iniziato i lavori di realizzazione dell’impianto nonostante le proteste dei cittadini e delle associazioni e le prese di posizione anche autorevoli su questa vicenda. Oggi si pronuncerà il TAR e si aggiungerà un ulteriore tassello a questa intricata vicenda.




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